• ott
    14
    2016

Album

Planet Mu Records

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Dopo aver marcato l’inizio decennio con Severant sintetizzando in una formula cristallina la trap di Lex Luger e tutta una balistica synth retromaniaca che riviveva l’epopea dei sempiterni paladini sci-fi con sensibilità IDM e un approccio raffinatamente anti-citazionista, Jamie Teasdale torna con l’alias Kuedo cinque anni dopo riprendendo un po’ le fila di quel lavoro e senza dimenticare le vacue esplorazioni di Assertion Of A Surrounding Presence, l’EP che lo aveva visto abbandonare la dominante vintagistica per esplorare territori imprevedibili e non catalogabili sulla falsariga delle ecologie del suo protetto su Knives, J.G. Biberkopf. Se da quelle parti aveva preso il sopravvento un discorso new (dark) age politicizzato, anche grazie al contributo di gente come Roly Porter, Egyptrixx e Phoebe Kiddo, Slow Knife affonda nuovamente il coltello in una circuiteria cinematografica e con essa ritornano sulla piazza le vecchie trasfigurazioni ritmiche hip hop, allora avanti sui tempi e ora pane quotidiano del mondo elettronico, così come la vibrazione analogica che nell’anno di Stranger Things male non fa, se usata bene.

Slow Knife, il cui titolo, apprendiamo da lui, fa riferimento a crescenti frizioni nei rapporti sociali più stretti, è un doppio lavoro attraversato da un filo rosso: c’è una prima parte dove va in scena un affresco seduttivo intimamente urbano, grazie ad una ricerca partita dalla soundtrack di Manhunter di Michael Mann (firmata tra gli altri da Michel Rubini) e c’è n’è una seconda nella quale vengono esplorate zone più psichiche tra l’angoscia e il terrore con archi che sfregano severi e novecenteschi (a suonarli c’è Koenraad Ecker / Lumisokea) e tutto un gioco d’ombre e presentimenti che Kuedo riconduce alla visione tanto di Angel Heart (il classicone con Mickey Rourke e Robert De Niro) quanto di True Detective. Il tutto s’avvolge attorno all’influenza – dichiarata – esercitata dalla colonna sonora di culto firmata da Mika Levi per Under The Skin, ma citare anche i soliti Blade Runner e l’effettistica della saga Aliens rende l’idea di uno spazio immaginifico che prende ispirazione da composizioni sinfoniche quanto ambient-sintetiche, lacerate magari da improvvisi squarci electro (vedi Broken Fox – Black Hole) o sospese in un vuoto di grattacieli notturni con le nuvole di sotto cariche di pioggia.

Il consiglio non scontato è naturalmente quello di ascoltare questi brani – un pezzo emblematico: Breaking The Surface – con un buon impianto in grado di tenere i bassi più granitici e alzare per bene il volume per apprezzare appieno ogni dettaglio hi-tech: il cinema per le orecchie è garantito, proprio come è accaduto con l’ascolto dell’ottimo Third Law di Roly Porter. Se volevamo un disco che trovasse la quadra tra tutto un giro di sonorità sempre più cartilaginose e aspirate, anomiche e violente, e la calda vibrazione analogica di John Carpenter, lo abbiamo trovato, senza che il suo autore abbia rinunciato a sfidarsi e a sfidare l’ascoltatore. E davvero c’era bisogno di un disco così.

20 ottobre 2016
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