• Nov
    23
    2018

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Mute

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Mantenendo fede al suo situazionismo e al suo gusto per il paradossale, il gruppo sloveno celebra l’onore di essere l’unica rock (vabbè…) band ad avere «a career / in Korea» (per dirla coi Depeche Mode, anche se pare che siano stati preceduti alla fine degli anni ’80 da due gruppi finlandesi poco noti all’estero, ovvero i Sielun Veljet, che incisero anche un paio di album in inglese con lo pseudonimo di L’amourder, e i Peer Günt, ma così vuole la presentazione dell’evento) con un progetto che sembra – e forse è – la versione surrealista di un lavoro su commissione. L’idea di rifare i brani più famosi della colonna sonora del classicone The Sound Of Music (in Italia, Tutti insieme appassionatamente) non è infatti slegata dalla eclatante notizia dei due concerti tenuti a Pyongyang nel 2015: l’idea è venuta in quell’occasione perché sembra che il film del 1965 di Robert Wise sia tanto celebre nel paese di Kim Jong-Un da essere utilizzato per insegnare l’inglese a scuola. E per dare la caratterizzazione coreana definitiva, alla fine del disco dopo “the sound of music” abbiamo The Sound Of Gayageum, un brano suonato da studenti di musica locali con lo strumento del titolo, più una loro versione della canzone Arirang, definita l’inno non ufficiale delle due Coree (già pubblicata il giorno dell’incontro tra Trump e Kim) e la registrazione del (non così entusiasta) discorso di benvenuto pronunciato al loro arrivo da un membro del Comitato per le Relazioni Culturali, col passaggio tra le due anime del disco segnato dal momento in cui il nome Maria, nell’omonimo celebre brano, viene sostituito appunto da Korea.

Un’idea assolutamente peculiare ma non del tutto imprevedibile, sia perché nella loro carriera i Nostri non si sono fatti mancare cover, singole (Sympathy For The Devil, quella leggendaria di Live Is Life degli Opus) o di album interi (Let It Be) e vie di mezzo (il progetto Jesus Christ Superstar), sia perché il progetto non solo è in linea con la loro ragionatissima follia, ma lo è anche con le loro tematiche consuete. Il discorso politico che svolgono da sempre in termini volutamente ambigui e provocatori, infatti, riguarda principalmente le dittature e le relative strategie di comunicazione, e la storia del celebre musical è ambientata nell’Austria del 1938, l’anno dell’Anschluss da parte della Germania nazista, e conoscendoli è tutt’altro che un caso. E forse il senso generale del progetto, del collegamento tra Corea e USA, è proprio, appunto, suggerire che le distanze tra i due paesi e i due sistemi sono minori di quello che sembrano (l’idea della democrazia come dittatura mascherata dalla società dello spettacolo).

Musicalmente parlando, l’incontro delle melodie di Rodgers e Hammerstein col loro stile industrial (qui ammorbidito) produce uno straniante ma riuscito mix che suona come un incontro tra il Gainsbourg degli anni ’70 (Histoire de Melody Nelson e dintorni), gli Einstürzende Neubauten della fase più calma ed orchestrazioni e crooning in stile Divine Comedy. Cori di bambini e la voce degli ospiti Marina Martensson e Boris Benko salvano in parte le delicate melodie originali dal trattamento del vocione di Eber, per esempio nella celebre My Favourite Things, lontana quanto si può dal trattamento che ne fece Coltrane, e dalle orchestrazioni che insinuano inquietudine mentre, per esempio, So Long, Farewell diventa un po’ dance e un po’ rock. Per quanto riguarda il lato “coreano”, Arirang non azzarda stravolgimenti, limitandosi a sembrare un lento di qualche gruppo new romantic anni ’80, mentre The Sound Of Gayageum è talmente diversa dal suono generale del disco da sembrare un pezzo trascinato nella playlist sbagliata. Una conferma della peculiarità del gruppo, che sostiene l’ennesima brillante trovata con buona ispirazione.

30 Novembre 2018
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