• Mag
    11
    2015

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R & S Records

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Al certificato di garanzia ha pensato Aphex Twin già nel 2011, quando suonò al Forbidden Fruits Festival della loro città – Dublino – la titletrack di Spider Silk, EP pubblicato in quello stesso anno su Killekill. Fosse stato un caso isolato, non avremmo avuto nel frattempo una serie di apprezzamenti, endorsement (da Blawan a Surgeon, da Luke Slater a Silent Servant) e una serie di 12” pubblicati su blasonate etichette techno (tra le quali citiamo Stroboscopic Artefacts, Monad XIV) che hanno contribuito a dare nuovi sguardi contemporanei all’elettronica di casa Warp dei vari Autechre, Plaid, lo stesso James, e altri ancora.

Parallelamente, da sottolineare c’è anche l’apporto del solo McDonnell sotto alias Eomac, progetto che ha influenzato le produzioni del duo specialmente sul lato più minaccioso, frontale e nondimeno industrial, tenendo contemporaneamente vivo un ampio spettro di interessi legati al club e all’Inghilterra dei continuum elettronici e non.

Tra quest’ultimi, il trattamento delle voci è la sfida che il duo affronta in questa seconda prova sulla lunga distanza in ben dieci (e più) anni di onorata attività. La prima, Ruido del 2007, ricordiamolo, apparteneva ad una precedente fase produttiva, tanto che Tundra potrebbe rappresentare a buon titolo un esordio, o comunque un concept specifico dotato di autonomia operativa ed estetica rispetto alla discografia precedente. La lente è puntata sulle linee di confine tra suono organico (un rinnovato e consistente uso di field recording) e suono narrativo-sintetico (battiti sulla neve, costipazioni noise-digitali sulle casse ecc., tastiere), mentre al centro, nella prima parte della scaletta, ruotano campionamenti vocali che vanno dai cori nella discografia di Arvo Part a quelli dal vivo in una chiesa di Dublino, fino al canto degli Inuit.

In pratica i Lakker esplorano l’intorno di act bianchissimi e digitali (come quello di Holly Herndon), come chiaroscurali e gotici (quello di Andy Stott in Luxury Problems), dall’angolazione di una techno artica, organica, un continuum che va dai Pan Sonic (la title track) alle evoluzioni tra Aurora e Fortitude di un Ben Frost, senza tradire una pulsante emotività IDM che, soprattutto nella seconda parte della scaletta, prende il sopravvento in una serie di pensosi quadretti che raggiungono l’apice in Oktavist (un buon esempio tra contemporanea, techno, UK funky e dubstep) e nell’intimo pianismo della conclusiva Herald.

Per non farsi mancare nulla, il duo ha campionato anche il rumore proveniente dai tunnel autostradali in Giappone e le campane di Schöneburg, tutti espedienti per uscire il più possibile dai limiti dei programmi per far musica con il laptop e nello stesso tempo per confondere l’ascoltatore con «synth che assomigliano a voci e viceversa». Una prova solidissima. E per l’eccellenza c’è ancora margine e tempo.

14 Maggio 2015
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