Recensioni

6.8

Nella sua prolifica carriera, Laura Veirs ci ha abituati a un rigore e a una pulizia frutto di una ricerca incrollabile della perfezione: svariati demo e versioni alternative per ciascun brano scritto prima di “licenziarlo” nella versione incisa; suoni ariosi e aperti, spesso con evidenti suggestioni “naturalistiche” (la Veirs è laureata in geologia e non c’è disco che non contenga espliciti riferimenti a campi in fiore, ruscelli ghiacciati e sentieri battuti dal vento, nuvole, temporali e linee topografiche, foreste, pianure, rami e rocce), il tutto accompagnato da una particolare sensibilità per temi legati all’ambiente (anche in quest’ultimo disco si parla di scioglimento dei ghiacci e di cambiamento climatico, come ad esempio in Another Space And Time). Altra costante, il sodalizio con il noto produttore Tucker Martine, compagno di vita e padre dei suoi figli. E qui arriva la nota dolente e la singolarità di quest’album, perché My Echo è stato scritto e registrato durante la loro separazione. Lo stesso Martine lo ha registrato solo in parte, un attimo prima di un addio inesorabile e definitivo.

Un aspetto così rilevante della vita e della carriera della cantautrice non poteva non riversarsi nella composizione, che in effetti appare pervasa, sia nella musica che nei testi, da un senso di perdita. E sebbene non manchino momenti di fragilità e malinconia (come per esempio in End Times, vestita solo della voce e del piano della Veirs), l’ascolto complessivo sorprende per un’emotività più riflessiva che dolente: come se la rottura di una dualità avesse operato una sorta di ricongiungimento interiore. Uno smarrimento, dunque, che porta l’artista a ritrovare sé stessa ad un livello più profondo, in un’unicità ancora più sentita e autentica.

In Freedom Feeling, che pure esordisce con il verso «I don’t know where I am going», Laura Veirs canta, significativamente: «Sto sospirando per tutti i sogni differiti e sto cercando quella sensazione di libertà, per te, per te, per me». D’altronde qualcuno ha detto che chi abbandona riconsegna l’altro a sé stesso, e Laura Veirs pare fare suo questo assunto, reagendo allo strazio di una disintegrazione del proprio mondo con la ricerca e l’attraversamento di nuovi territori, talvolta sorprendenti e inesplorati, che passano per gli sweel orchestrali (merito dei Bizarre Stars Strings), per i synth e persino per la bossa nova.

L’album restituisce la sensazione di un lavoro accurato e delicatissimo, onestamente votato all’espressione di qualcosa di nuovo e diverso che sgorga e che viene lasciato fluire. Pur restando saldamente inscritta nel panorama country-folk di stampo indie (lo stesso delle varie Neko Case, Marissa Nadler, Laura Marling, Aimee Mann, Laura Gibson), che tanto deve al filone inaugurato da Cat Power e Liz Phair, e proseguito con Joan As Police Woman, Feist, Sharon Van Etten ecc., Laura Veirs confeziona un album variegato e intenso, che gioca e sperimenta pur senza tradire il suo DNA originario, raccontando un tumulto composto, pieno di aspettative e speranza, che trasmette un senso di avventura e lotta dove l’interiorizzazione è più importante del dramma.

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