Recensioni

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La principale differenza tra tattica e strategia è che la seconda prevede un’operazione di calcolo, di previsione delle mosse dell’avversario, mentre la prima è azione pura. Quando entrambi gli eserciti adoperano la strategia, è inevitabile che si produca una doppia campagna di intelligence mirata a sviare l’avversario, fatta di comunicazioni volutamente fallaci che rendano i calcoli sbagliati.

Wilderness of Mirrors è quel gioco di specchi che rende imprendibile la verità, l’essenza vera. Lawrence English lo sceglie come titolo del lavoro che forse più di ogni altro opera sul pieno, anziché sul vuoto, sulla sovrapposizione cinematica dei layer dei droni. Il regime dello specchio, in teoria della strategia, porta però sempre a dire che la “coperta è troppo corta”. Se copro una parte di me, ne scopro un’altra, e così via. In questo modo sembrano procedere le tracce di Wilderness of Mirrors, nascondendo con l’accumulazione, lasciando però che un elemento compositivo, una faccia del poliedro emerga e conduca il percorso di verità dell’ascoltatore, che cerca di perforare la psicologia del compositore.

Non potrebbe reggersi questo gioco se non su un tappeto accessibile, e Wilderness of Mirrors non è mai ostico, è sempre emotivamente prendibile, specie quando il drone diventa canto celeste e ambientale (Another Body) o classicissimo viaggio cosmico (Forgiving Noir). Non crea shock, Wilderness of Mirrors (o ingloba le tattiche nella strategia, come in Hapless Gatherer), eppure – o forse grazie a questo – tiene l’attenzione dell’ascoltatore, trascinandolo nella trappola della propria strategia.

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