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Una sera a cena in famiglia. Un’improvvisa rottura avvenuta poco prima. Un matrimonio (e un discorso) imminenti. Impensabile una condizione peggiore, ed è da qui che, in Le discours, Lauren Tirard muove per costruire un’esilarante e intelligente commedia dai risvolti onirici e surreali. Presentato nella selezione ufficiale della quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Le discours è distribuito in Italia da I Wonder Pictures e sostenuto da un cast d’eccezione (il protagonista, Benjamin Lavernhe, fa parte della prestigiosa Comédie Française).

Dopo essere stato lasciato da Sonia, Adrien è a cena dai suoi e aspetta fremente un messaggio della sua ormai ex ragazza. Nulla. Lunghe e snervanti conversazioni e convenevoli si susseguono mentre lui, tra ammiccanti e complici rotture della quarta parete, si isola e attende. La particolarità del film sta, in questo senso, nel modo alternativo in cui viene raccontata la storia d’amore dei due: la narrazione è scandita dal continuo avvicendarsi dei ricordi di Adrien che, partendo da ciò che accade durante la cena, da ogni minimo dettaglio – che sia un gesto, un dolce servito al posto di un altro, uno scambio di sguardi – rende lo spettatore partecipe delle varie tappe del suo fidanzamento con Sonia e della sua vita. Espediente stilistico che rinforza la narrazione non rendendola mai ridondante o prevedibile.

Ma il vero momento spartiacque della cena e del film è quando Ludo, futuro cognato di Adrien, chiede (anzi “esige”) che lui tenga un discorso il giorno in cui si sarebbe sposato con sua sorella. Da lì si apriranno una serie di parentesi e flashback relativi alla loro infanzia e, alla fine, quello che avrebbe dovuto rappresentare per Adrien l’incubo peggiore si rivelerà essere un’occasione di riavvicinamento e svolta. Muovendosi tra un Carnage meno sommesso e grottesco e vicino al tono di Il gioco delle coppie di Oliver Assayas per come vengono proposte e snocciolate certe tematiche e specialmente certi stereotipi, Le discours è confezionato in maniera senz’altro atipica, e per questo ancora più interessante: il montaggio rende ad esempio chiose di dialoghi e battute a effetto maggiormente taglienti e acute, mentre il fine senso della scrittura di Tirard è sostenuto da un’architettura generale – passaggi tra una sequenza e l’altra e cambi repentini di registro – funambolica ed eclettica.

Il regista rivisita in maniera originale e ironica il mito alleniano della fine di una relazione. È difficile, infatti, non scorgere una somiglianza con Io e Annie, oltre che per lo stilema della rottura della quarta parete, soprattutto per l’autoironia con cui viene affrontato l’argomento e la considerazione del momento di rottura come fondamentale per un ripensamento e una riflessione su di sé fino a prima sempre scansata ed evitata.

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