• nov
    13
    2015

Album

Terrible Records

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Fin dal mixtape Fly Zone che lo ha messo sulla mappa, e altre pubblicazioni assortite sulla digital label Camp & Street tagliata su misura per lui dalla Greedhead Entertainment di Himanshu Suri dei Das Racist, Khalif Diouf, in arte Le1f (ex producer del gruppo alternative hip hop di cui Suri è membro), si è fatto conoscere tanto per un’instancabile ricerca di future beat, quanto come queer rapper compiaciuto della propria alterità e altrettanto vigile nel denunciare casi di razzismo e xenofobia varia (vedi i suoi attacchi a Macklemore).

Qualche anno fa lo avevamo definito una versione maschile di Azealia Banks, tracotante black artist con la quale condivideva sia lo status di pop star underground scomoda, sia l’amore per i producer britannici, sia la provenienza geografica (New York). Diversamente dalla Banks, Diouf non s’è imbarcato in disastrose avventure major, ma ha preferito entrare nel roster di Chris Taylor dei Grizzly Bear sotto la sua Terrible, un’ottima etichetta per quanto riguarda quest’idea di pop music in rapido movimento tra r’n’b, sperimentazione e creatività (vedi Blood Orange, Kindness, Empress Of, Twin Shadow, ecc…).

Nel nuovo disco, pubblicato in tandem da Terrible e XL Recordings, nonché debut album album vero e proprio, Le1f chiama a sé una fitta schiera di producer e featurer amici come SOPHIE, Dev Hynes (ovvero Blood Orange), Evian Christ, Lunice, Junglepussy, House of LaDosha, Boody, Blood Diamonds, Salva, Balam Acab, Dubbel Dutch e altri ancora, imbastendo una tracklist divaricata tra una prima parte più frontale e avant e una seconda dal taglio melodico, dove non manca il vocoder e il proverbiale electro r’n’b. Nel primo poker di tracce, il latex sound di Sophie (Koi), la post-witch di Balam Acab (Rage) e una scalinata di cripto trap firmata Lunice & Evian Chirst e modellata su strettoie tra soul e ruvidezze grime (Umami/Water) lo configurano a tratti come una sorta di versione avant di Kele Okereke, una cosa che avremmo sempre voluto da lui e mai abbiamo osato immaginare. Nella seconda metà, Blood Orange apparecchia i cori (e la madre del rapper, Miss Geri, fa un cammeo) della finale – ottima – Change, un brano che conclude quattro tracce intimiste e basate più sul messaggio (e il personaggio) che sull’abito.

Comunque la si voglia lanciare, nella moneta di Riot Boy non c’è spazio per appetibilità mainstream o strategie di marketing. Diouf segue una propria idea di rap progressivo, e quel che abbiamo in cuffia è tra i migliori esempi ascoltati quest’anno in questo senso, pur nelle sue eccentriche parentesi, curve a gomito e vicoli ciechi da autocompiacimento black.

4 dicembre 2015
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