Recensioni

Un anno fa di questi tempi vi raccontavo di Øya Festival, una vera e propria istituzione scandinava in termini di eventi outdoor legati (perlopiù) al mondo musicale, tanto importante lassù quanto quasi ignota qui da noi e nel resto dell’Europa meridionale. Andate in Norvegia, amici miei: dove magari i drink costano di più, ma i token sono soltanto lacrime nella pioggia. Dove soprattutto, entrando tra le scollinature alberate di Toyenpark, polmone verde di Oslo, si ha la percezione di star vivendo una festa, più che un evento organizzato a scopo di lucro.

Certo, spendere si spende, e non poco (andatevi a cercare qualche raffronto su, ad esempio, il prezzo della birra), ma l’esperienza è impagabile, e la lineup è si assicura i tagli migliori ogni anno, dai più gettonati come il granpezzo (The Cure, Stereolab, Tame Impala) ai più raffinati ed esotici come la carne di kobe (Kikagaku Moyo, Black Midi, Ezra Collective). Ma attenzione, non è solo la lineup a determinare l’effettiva qualità dell’esperienza, e anzi spesso essa può trasformarsi in un’arma a doppio taglio, come dimostrato dalla magra figura fatta da Home Festival quest’anno: non puoi vendere il miglior telaio senza motore. È la macchina organizzativa che sospinge questo rituale collettivo, e che ogni anno recluta volontari, assistenti, nuove forze in atto per sottolineare che il senso di comunità va oltre gli slogan, l’esterofilia per cui un evento “figo” deve per forza avere la cartellonistica con le scritte in inglese. Difatti Øya usa helvetica, e rigorosamente in lingua madre laddove l’impiego di un esperanto comunicativo non è strettamente necessario. In questo modo tu, forestiero solitario, non solo ti “svegli in letti stranieri grazie alla lingua italiana” (grazie Stefano), ma hai pure modo di imparare due parole in croce di norvegese, così da poter chiedere una birra nella lingua locale senza sentirti un mentecatto che ha assorbito la locuzione 2 minuti prima su google translator.

Pure la lineup sopracitata parlava molto norvegese, da roba ultrapop (tipo il trapper Unge Ferrari, complimenti per la scelta del nome) a cose molto più di culto/nicchia (i devastanti Deathcrush, trio di Oslo che non mancherò di raccontarvi meglio su queste pagine) e i cerberi Motorpsycho, autori di una performance monumentale. Quei nomi in cartellone erano tanto grandi (se non di più) quanto gli artisti “stranieri”, tipo il cartèl del Primavera di quest’anno – solo che quella era una mezza paraculata, mentre qui il messaggio tra le righe è: “guardate, che la nostra scena musicale è talmente forte, in alto e in basso, che potremmo fare un festival solo con quei nomi”. Solo che non lo fanno perché c’è da staccare i biglietti, chiaro. Non per folle oceaniche, non per adesso: già il fatto che non si registrino code pesanti e/o grossi disservizi in termini di sanitari e scorte d’acqua (gratuite tramite erogatori strategicamente posizionati nel perimetro del parco) la dice lunga sul versante organizzativo impeccabile, ma anche sul fatto che il festival tenga comunque a mente che lo spazio sfruttato non è sceso dal cielo o da una betoniera di cemento atta a creare l’ennesima spianata grigia gentrificabile ed effimera, fine a se stessa se non utilizzata per quel solo scopo.

Invece Toyen è un parco meraviglioso, e come tale va rispettato e preservato: alla faccia dell’”ecosostenibile” come una posa o atto vampirico su una carcassa economicamente molto appetibile; eventi che hanno scoperto i bicchieri in plastica dura l’altroieri e già sbavano all’idea di lucrarci sopra. In Norvegia come in altri paesi, non è una questione pubblica nel senso di immagine, ma una cosa pubblica in senso pratico: le vanità rimangono ai paesucoli poco pragmatici e non abbastanza vispi da capire che certi argomenti non sono sfruttabili come leve di marketing, ma come una possibilità concreta di cambiare la testa delle persone. Tornando a noi, se ci tenete a capire quanta qualità musicale viene proposta a Øya (e soprattutto come lo fanno), dal main stage agli ottimi eventi post-festival nei locali della città (una bomba su tutte, il Blå a Brenneriverien), organizzatevi in tempo per salire, magari non solo per il festival: prendetevi qualche giorno in più per visitare i fiordi, i piccoli paesi, le chiese mobili, gli impianti installati per le Olimpiadi di Lillehammer.

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