Recensioni

8.5

Il Lee Perry che arriva a proporre a Chris Blackwell Super Ape è un Genio affermato che ha apposto un inconfondibile marchio produttivo sui maggiori capolavori della battuta in levare e ha tenuto a battesimo i primi passi di Marley. Che, non bastasse, è tra gli inventori di quel dub oggi infiltratosi come un benefico virus dentro rock, dance e mille altre cose. Chiuso nel suo studio Black Ark, Perry si è creato rudi strumenti capaci di fornire un’immagine visionaria – perciò psichedelica nel senso più autentico – del reggae, ottenuta per sottrazione invece che aggiungendo elementi. Rivoluzione epocale della quale è (stato) tra i protagonisti assoluti.

Stilisticamente, quello qui contenuto non è materiale del tutto dub ma neppure roots o reggae classico: va bene così, perché i tre dischi e i primi due in particolare siedono sul crinale e ne osservano ambo i lati, confondendo la vista e mescolando. Lee è al meglio nel trafficare con dilatazioni, inserti di fiati, piste duplicate e accatastate una sull’altra, rumori sparsi ovunque come punti interrogativi (muggiti e ronzii, pianti di bimbi e cigolii…). Stranezze che non diventano mai gratuite, innestate sul corpo di una scrittura di alto lignaggio in dischi che appartengono a una dimensione unica, allucinata e vaneggiatrice del futuro che sarà. Del quale Clash e Primal Scream – così, giusto per buttar lì un paio di nomi – faranno tesoro per riscrivere ulteriormente le regole. Cosa che accade già qui, casomai non l’abbiate ancora chiaro a sufficienza. Imperdibile, Super Ape viene oggi ristampato assieme al “sequel” di poco inferiore Return Of The Super Ape e all’altrimenti da lungo irreperibile ancorché pregiato Roast Fish And Cornbread.

Il rifiuto da parte della Island di pubblicarlo (una pazzia seconda solo al no opposto ai Congos di Heart Of The Congo: indovinate chi lo produsse…) sarà l’ennesimo inciampo in un rapporto da sempre difficile e una delle gocce che renderanno l’eccentricità perriana pazzia traboccante. Preda di folle ira, “Scratch” darà fuoco al Black Ark e sparirà, recuperando il senno con Adrian Sherwood (altro grande che gli deve tutto o quasi) e il Dub Syndicate all’altezza dell’ennesimo capolavoro Time Boom For De Devil Dead. Fate il conto e capirete che si tratta di una ristampa essenziale, anche se di reggae avete in casa sì e no dieci dischi.

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