• Feb
    01
    2008

Album

Virgin

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Vi capiterà di leggere da qualche parte che questo It Is Time for a Love Revolutionè, oltre che l’ottavo album di Kravitz, anche il più bello che abbia
mai fatto. E, prima che vi si accenda il tipico sorrisetto di
sufficienza tra naso e bazza, il vostro serio recensore vi ammonisce:
badate che non è un’affermazione peregrina. Non del tutto, almeno.
Perché Lenny torna a fare quello che sapeva fare meglio, ovvero far
scoppiare dinamite nella atavica palude del rock per poi setacciare i
pesci venuti in superficie, morti stecchiti o catatonici, tutti
comunque a pancia in su. Qualche esempio? Una Dancin’ Til Dawn che riesuma vivi e vegeti gli Stones periodo Black And Blue. E il Lennon inzaccherato black di Good Morning. Le sincopi granitiche dei Grandfunk Railroad in Bring It On. La crasi PrinceSly And The Family Stone di Will You Marry Me. Una palpitante New Door colta da qualche parte tra Chicago, Bee Gees e Stevie Wonder.

Eppoi tanti Led Zeppelin in salse diverse: quelli di Thank You più che evidenti in If You Want It, quelli di Baby I’m Gonna Leave You latenti tra le spire melò-hard à la Scorpions di I Love The Rain, a grattugiare mollezze soul in This Moment Is All There Is. Eccetera, che le tracce sono ben quattordici più due bonus, tra cui l’ipersoul grondante languore & inquietudine di Confused,
per inciso quello che Kravitz sembra nato per fare. Alla ricchezza del
programma fa eco un prosciugamento delle forme sintonizzate sulla
ruvida quadratura delle chitarre, sul basso corposo, sull’asciutta
fragranza della batteria più un parco uso di tastiere e un sax quando
occorre. Col risultato di sembrare un tour nella cittadella del
rock-soul sul furgone carburato a urgenza e senza troppi comfort.
Parente in qualche modo degli ultimi Red Hot Chili Peppers, di cui peraltro riprende la calligrafia in Love Love Love, pezzo che declama appunto la dorata austerity del nuovo corso kravitziano.

Da
qui a farne qualcosa di “autentico” ce ne corre. Suona tutto ben
delineato, pianificato, la cosa giusta da fare a questo punto di
carriera, compreso il pacifismo innocuo di Back In Vietnam e I Want To Go Home.
Ma tirate le somme, proprio perché offre a chi lo acquista ciò che
cerca e anche di più, a questo disco non si può rimproverare nulla. Ciò
non ci leva certo dalla testa la convinzione che il Kravitz intrigante
fautore di visionarie post-modernità degli esordi deve aver esaurito la
vena tra un festino e l’altro sul jet privato. Il quale, vista la nuova
way of life del Nostro, presumo sarà stato messo in vendita. Lo avete
visto per caso su E-Bay?

22 Febbraio 2008
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