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Los Angeles si sta lentamente addormentando dopo l’ennesima notte folle di bagordi; sono le quattro quando anche il caos sfacciato di ospiti e voci nello studio su Santa Monica Boulevard si è placato per lasciare il piccolo dittatore con tacchi e parrucca libero di conquistare il centro della scena. Brandendo un revolver calibro 45 e bevendo Manischewitz con una cannuccia, abbraccia un giovane sfinito facendogli sentire la pistola sul collo, fredda e spietata. «Leonard, ti voglio bene». Senza perdere il suo aplomb, quello replica: «Lo voglio ben sperare, Phil».

Leonard e Phil sono i protagonisti della nostra storia e questa è solo una delle mille diapositive che potremmo estrapolare da quei mesi di registrazioni, da quel sodalizio improbabile che vide Leonard Cohen e Phil Spector condividere i Gold Star Studios di LA per la creazione dell’ormai celebre disco-disastro del canadese. Ma per arrivare alla fine è giusto partire dall’inizio di quest’avventura.

A metà anni Settanta, mentre il mondo musicale si lanciava alla scoperta della new wave, Leonard Cohen voleva provare qualcosa di diverso. Before And After Science di Brian Eno, Low di David Bowie, Animals dei Pink Floyd, 77 dei Talking Heads, Marquee Moon dei Television sono solo alcuni fra i dischi più interessanti di quell’anno, votato a ospitare capolavori sonori inarrivabili. Nonostante il buon successo di critica e pubblico riscontrato da Songs Of Love And Hate e New Skin For The Old Ceremony, i problemi di Cohen nello sfornare grandi hit stavano preoccupando la Columbia Records. Sebbene godesse di una grande popolarità in Europa, infatti, Cohen non aveva ancora raggiunto quel successo americano che la casa discografica si aspettava. Fu così che, consigliato dal manager e avvocato di allora Martin Machat, il canadese si affidò a una mente folle come quella di Phil Spector, mono man degli anni Sessanta, produttore innovativo e artefice del celeberrimo Wall of Sound.

Dall’esperimento con Spector uscì Death Of A Ladies’ Man, uno degli album più bistrattati dalla critica e dai fan, nonché portatore di strascichi polemici per i problemi che si instaurarono fra i due durante i mesi di registrazione. La calma solenne e minimalista del cantautore e l’ampollosità sonora del geniale produttore a prima vista potrebbero sembrare inconciliabili e paradossali. Ma come talvolta accade, due poli opposti e così radicali finiscono per dar vita a una fusione molto interessante.

Parlare di Spector, significa parlare anche della musica pop di cui è stato uno dei più famosi produttori: quel suo Wall of Sound era un marchio di grande effetto basato sull’aggiunta di strumenti tipici della musica orchestrale alla classica strumentazione basso-chitarra-batteria, quindi fiumi di archi, ottoni, triangoli, timpani e percussioni che venivano registrati e poi sovrapposti – raddoppiandoli e triplicandoli – per ottenere un suono densissimo, in grado di avvolgere interamente l’ascoltatore. In questo disco il bardo di Montréal può rispolverare il suo passato di poeta beat: in Death Of A Ladies’ Man si vive la deriva, la polemica contro ogni convenzione sociale, l’immaginario degradato di bordelli nascosti, tutta l’esaltazione creativa di Cohen mista a ironia e guizzi da clown. Il sesso, per il canadese, sembra essere rimasta l’unica forma di gioco fra adulti. Cohen sorride dietro la maschera del Casanova, liberandosi di quell’imprinting filosofico che lo aveva contraddistinto nei precedenti lavori.

Inizialmente il pubblico e la critica accolsero il disco fra mille perplessità, e lo stesso Cohen in un primo momento lo disconobbe. Ma Death Of A Ladies’ Man rappresenta per molti versi l’incubatrice del futuro capolavoro di I’m Your Man (1988), ottavo album del musicista canadese, e a dispetto delle critiche negative e di un certo distacco percepito dallo zoccolo duro dei fan, vive di un fascino ardente, grazie a un sound che mischia il Cohen dongiovanni e crooner a suggestioni vagamente beachboysiane. Si tratta di uno dei migliori album del musicista, nonché della prefigurazione di un cambiamento artistico incredibilmente radicale. Il lavoro del ’77 sin dal titolo è la summa enciclopedica dell’amore sviscerato e viscerale che il casanova Cohen ha vissuto nei suoi anni migliori. Tutto quell’amore che divora, disintegra l’animo, tutto il desiderio di una Lei che cambia di notte in notte, il tempo insieme e la distanza da quel corpo, insomma un amore schizofrenico e senza controllo. Death Of A Ladies’ Man è la parte più alta e sacra di Cohen che incontra il suo essere più profondo e torbido, l’uomo intenso, violento ed erotico, drogato e depresso. E quello che si è consumato fra Cohen e Spector è stato un passo a due elettrico, una danza dell’odio in cui il folle talento degli arrangiamenti è riuscito a sminuire il mistico e sensuale poeta delle corde di nylon.

In un’intervista rilasciata a Vicki Gabereau nel maggio 1984 per il programma radiofonico canadese Variety Tonight, Cohen racconta generosamente quei mesi in studio con Spector:

Ero molto, molto nervoso, perché temevo che una delle sue pistole facesse partire un colpo. Lo studio di registrazione pareva un arsenale. Lui aveva la sua personale, poi c’erano tre o quattro guardie del corpo con una pistola per uno, e il pavimento era coperto di bossoli. Man mano che si faceva tardi e le bottiglie di Manischewitz si svuotavano beh, lui perdeva un po’ il controllo e diventava abbastanza pericoloso. (…) È una persona meravigliosamente eccentrica e lavorare a tu per tu con lui è davvero straordinario. Abbiamo composto quelle canzoni insieme, nel giro di pochi mesi: ogni volta che andavo a trovarlo ci divertivamo molto e lavoravamo fino alle otto del mattino. Quando però siamo arrivati in studio, ha ingranato tutta un’altra marcia: è diventato molto esibizionista, del tutto fuori di testa, e il disco mi è totalmente sfuggito di mano. Me lo ha letteralmente portato via. Ogni sera si portava a casa i nastri sotto scorta armata e li mixava in segreto. Non mi lasciava partecipare.

Le classiche angosce coheniane emergono con forza sin dall’apertura con True Love Leaves no Traces con cui l’autore sembra volerci dire che l’amore perfetto ed eterno non esiste e sarebbe sciocco forzarlo una volta esaurito. Il vero amore non deve lasciare tracce perché non deve far soffrire. Un brano oscillante, col suo accompagnamento sciropposo, e la dissolvenza prolungata. Il wall of sound spectoriano investe Iodine, in cui la batteria svolazza con i delay, le chitarre sono impregnate di pesantissimi phaser mentre l’accompagnamento ricorda i lavori di Spector con le Ronettes. È il vocalizzo impazzito di un uomo che crede di essersi innamorato follemente di una ragazza, ma che in realtà non ama abbastanza da ricoprirla di sincere attenzioni. Siamo di fronte a qualcosa di completamente nuovo per Cohen e i suoi seguaci, con tutte quelle sezioni di corni roboanti e la voce colma di riverbero. Chi lo accusava di far piangere generazioni di giovani, dovette ricredersi.

Paperthin Hotel è la tristezza sensualissima di un uomo che accetta di aver perso, e vive il tradimento, lo osserva da un punto di vista bizzarro, ovvero tramite il muro sottile come carta di una stanza d’hotel nel quale abitano sia lui che l’amata. Con millimetrica devozione voyeuristica, odorata in ogni dettaglio epidermico, Cohen racconta il calvario di un uomo che costringe se stesso ad ascoltare i momenti d’amore della donna che lo sta tradendo. La carica erotica del brano è palpabile così come la descrizione carnale dell’unione dei due amanti.  Tastiere compatte, cori, archi e quattro chitarre a cesellare il brano. È la declamazione in forma di ballata di un amore pesante come un macigno, un amore che nel profondo porta serenità solo con la propria estinzione.

La natura di Cohen essenzialmente si rivela essere quella dell’amante, inteso come uomo che ama: Cohen ama l’amore, lo tocca, lo impasta, lo manipola fino a renderlo malleabile e soprattutto comprensibile agli altri uomini. Perché di educazione sentimentale si parla, un’educazione quasi scolastica per giovanissimi e uomini di tutte le età. Amare le donne, oh quale mistero più grande! Santificarle, fino a renderle reali e sanguigne, carnali creature capaci di scatenare pensieri oscuri, e angeli di un paradiso urbano pronte a rendere l’esistenza di un uomo scintillante capolavoro o tremenda tragedia. Sono le stesse voci femminili, in questo disco cori preziosi e onnipresenti, ad accompagnare i racconti segreti dell’uomo-amante Cohen.

Il doo-wop amplificato di Memories immerge la voce di Cohen in un oceano vizioso di bassi, fiati e cori angelici. È la storia di un ragazzo, lo stesso Cohen ai tempi del college, che invaghitosi di una bellissima bionda – pare si tratti di una Nico che non ha mai ceduto ai suoi corteggiamenti, preferendogli Brian Jones degli Stones – si fa avanti in maniera goffamente sfacciata durante il ballo di fine anno sperando di poter realizzare il suo sogno di vederla nuda. Non c’è età che tenga al famelico desiderio di arrivare alla fine del gioco e conquistare il premio, come recita d’altronde una sua poesia scritta nel ’66: «Non c’è malattia né età che faccia rilassare la carne», e Cohen lo sa bene. Memories è l’inno più riuscito della frustrazione romantica, autoironica di un giovane eccitato. La voce del cantautore sorpassa ogni limite, è sfrontata, potente, al limite del cacofonico. Impossibile non empatizzare con la sua disperazione.

«What happened to you, lover?» è la domanda che forse più spesso potrebbe porsi l’ascoltatore abituale di Cohen. E in I left a Woman Waiting Cohen lo ripete in continuazione al vecchio amore incontrato dopo tanti anni. La linea di basso – che ricorda un po’ Bring It on Home to Me di Sam Cooke – si sposa perfettamente al flauto melodico e all’accompagnamento degli archi. Due menti e due corpi, una volta amanti, si ritrovano a osservare nuovi dettagli nel volto altrui fino a desiderare di amarsi ancora, nonostante tutto sia cambiato. Un’ultima volta insieme, un ultimo sguardo commosso per diventare liberi davvero: «We took ourselves to someone’s bed / And there we fell together / Quick as dogs and truly dead were we / And free as running water». Ma Cohen arriva addirittura ad ammettere di poter perdere la propria identità per una donna: lo fa nel country avventato e spassoso di Fingerprints, con il quale il musicista lascia intendere che il troppo amore può condurre all’indebolimento e alla perdita delle impronte digitali, metafora della propria identità («I touched you once too often / Now I don’t know who I am / My fingerprints were missing»). In mezzo a violini e chitarre pedal steel, ritroviamo quel rischio di annullarsi nell’altro che per molto tempo ha interessa la poetica coheniana.

Ma il duo Cohen-Spector decide di lanciarsi ben oltre e così si arriva alla spregiudicata Dont’ Go Home with Your Hard on: il consiglio spassionato e disinibito di un autore spavaldo e aspramente avant-garde. Ancora una volta il riferimento è alla sfera sessuale, ormai chirurgicamente analizzata in ogni suo aspetto, e Cohen qui suggerisce malizioso di “non tornare a casa insoddisfatto”. Il brano si adatta perfettamente ai temi della promiscuità e dell’infedeltà presenti nel disco, e anche i giochi metaforici appaiono ormai come una cifra stilistica. I bordelli diventano saloni di bellezza a gestione familiare e il padre magnaccia un simpatico parrucchiere. Il brano più sincopato dell’album, con esplosioni di fiati e ritmi pulsanti sottolineati dai due batteristi, che suonano in perfetta sincronia. Cohen canta con voce isterica, ruvida e sinistra, di un mondo depravato, sostenuto da due coristi d’eccezione, Bob Dylan e Allen Ginsberg, che durante la seconda notte di registrazioni, arrivarono in studio. Spector non aspettò molto per chiedere a Dylan di cantare nel coro, questo non si oppose, ma chiese a Ginsberg di accompagnarlo. Spector era sovreccitato di fronte a quell’insolita presenza e impartiva ordini a destra e a manca come un folle direttore d’orchestra. La sessione si concluse alle sette del mattino seguente,  tutti erano completamente ubriachi.

Il disco si chiude con la title track, meditazione sull’amore fallito, sul deterioramento fisico e morale, ed è anche il brano più classicamente à la Cohen fra le otto tracce. Tra percussioni fragorose e una lussureggiante sezione di chitarre, Death of a Ladies’ man, è una meraviglia tragicomica che si interroga sulle difficoltà di iniziare un nuovo rapporto quando si è ancora coinvolti in un vecchio amore troppo idealizzato. Il testo del brano è un doppio binario: il fallimento visto dai due innamorati, le loro diverse versioni dei fatti, una malinconia condivisa che sfocia in un ultimo atto d’amore fugace e disperato. Come disperati furono gli ultimi giorni in studio.

Spector manifestava sempre più la sua bipolarità: alcuni giorni poteva essere felicissimo, altri tremendamente arrabbiato e violento. La situazione era diventata incontrollabile e sembrava che nessuno dei due fosse soddisfatto del lavoro. Decisero di finirla in malo modo: Spector si portò i nastri a casa, come era solito fare, accompagnato dai suoi scagnozzi. Leonard non si fece sentire per settimane e settimane. Non si incontrarono mai più. Martin Machat disse a Leonard che il disco stava per essere finito. Spector procedette con il mixaggio finale in gran segreto. Quando Cohen ebbe modo di ascoltare l’intero disco, rimase ammutolito, in preda allo sconforto con addosso la sensazione che la sua voce si fosse persa tra mille crismi, nella risonanza di un accompagnamento eccessivo, a lui estraneo.

Warner rilasciò il disco senza alcuna promozione e alla fine CBS, dopo molte pressioni da parte di Machat, lo pubblicò alla fine del 1977. Stroncato dalla critica, odiato dai fan, Death of a Ladies’ Man si è rivelato nel tempo un album affascinante e viziato, nato in mezzo a pistole, ubriachezze moleste e serate deliranti: un autentico capolavoro audace nei testi e stravagante nei suoni che ha ispirato generazioni di cantautori, da Father John Misty a Micah P. Hinson. Il titolo ci suggerisce la fine di un’era, quella del donnaiolo impenitente, sempre pronto a spezzare cuori. Cohen ripartirà da qui quando tornerà in sala d’incisione due anni dopo per registrare Recent Songs: un disco armonico che torna a una certa semplicità strumentale, ma sembra anche ricordarsi della lezione di Spector nell’aprire lo spettro sonoro del passato a soluzioni più ariose, vicine al jazz e alla musica etnica.

Il duo Cohen-Spector dette alla luce un capolavoro basato su poli opposti: ritiro e malinconia stavano a Cohen come megalomania e pazzia stavano a Spector. Da un lato il produttore, quel ragazzino asmatico, diabetico, pelle e ossa, al centro della scena musicale più cool del momento, affamato di ricchezza e potere al fine di risollevare l’estetica del loser che per anni lo aveva relegato in un angolo. Dall’altro l’autore, l’anti-Spector, l’adolescente che piaceva a tutti, il rampollo di una famiglia di spicco, il casanova dal fascino imperscrutabile. Tutti e due avevano trovato nella musica il conforto più grande, e convogliando tutto il dolore, la speranza e la lussuria in accordi e ritornelli. Poteva davvero sembrare l’inizio di un’amicizia epica. Le cose andarono diversamente, ciononostante Death Of A Ladies’ Man gode anche di questa guerra interna, del duello fra i suoi creatori, quasi uno scontro teologico. Il bianco e il nero, le tenebre travolgenti delle sinfonie pop di Spector rischiarate dalle chitarre nude ed essenziali di Cohen. Come una capsula del tempo della musica pop americana, questo disco è una cartina tornasole che permette di guardare l’abisso e il celeste delle nostre umanissime esistenze, accettandoli come parti uguali e ugualmente indispensabili.

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