Film

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Leonardo Pieraccioni rimarrà probabilmente impresso nella memoria degli spettatori italiani per i suoi primi due film diventati immediatamente campioni di incassi del 1995 e 1996, ovvero I laureati e Il ciclone. Erano due pellicole estremamente lineari e semplici, che riprendevano una struttura da fiaba declinata al maschile e applicavano la giusta dose di stereotipi (tra tutti, l’eterna sindrome di Peter Pan del protagonista) per far ridere il pubblico del tipico toscano un po’ campagnolo e un po’ imborghesito. Il giovane innamorato e sognatore che perdeva totalmente la testa per la bella di turno e – dopo vari tira e molla – tutti vissero felici e contenti. Il problema è che dal 1997 in poi Pieraccioni ripeterà questa collaudata formula in tutti i film successivi, talvolta aggiornandosi alle mode del tempo, altre volte in maniera ben più stanca e svogliata, quando non sciatta. Il 2013 era stato un anno di passaggio, con Un fantastico via vai il regista fiorentino tentava l’approccio a un pubblico più fresco e giovanile, inserendo nel solito contesto la quotidianità degli universitari italiani; un tentativo fallito sotto quasi ogni aspetto, il più grave dei quali era un netto distacco dell’autore dal quel contemporaneo che si cercava di descrivere, un’incapacità evidente e grossolana nel parlare dell’oggi, schiacciata da quella spensieratezza spesso forzata delle trame dei suoi lavori. Non era andata molto meglio con Il professor cenerentolo, sul quale è meglio stendere un velo pietoso.

Il punto di partenza di Se son rose vede un uomo che nel corso della sua vita non ha mai fatto funzionare una relazione sentimentale, se non per meno di tre anni; il protagonista, un cinquantenne Pieraccioni giornalista e blogger ai tempi di internet (il sito ha l’imbarazzante nome di Wi-Fi Web Online), spronato dalla figlia quindicenne e in balia di un’amante dallo scarso quoziente intellettivo, decide di far visita alle fiamme del suo passato. Sembra quasi che il Nostro stia cercando di far ammenda per le sue ultime uscite cinematografiche e dichiari una volta per tutte il suo cambiamento definitivo al pubblico (quanto sarebbe stato grandioso se quelle stesse fiamme fossero state le attrici dei suoi precedenti lungometraggi?). Invece, il canovaccio sentimentale rimane inalterato e l’accozzaglia di stereotipi comici e socio-culturali è talmente forzata da strappare al massimo una risata di imbarazzo per ciò che si sta guardando. In molti sottolineeranno magari un ritorno di Pieraccioni a una struttura più familiare e consona, quando invece appare evidente la mancanza macroscopica di idee e dell’idea stessa del mettere in scena (le dissolvenze sui titoli di testa fanno pensare a quei tentativi amatoriali con i programmi di montaggio video al computer) una storia che non appaia già tremendamente scontata dopo le prime due sequenze, fermo restando che il danno maggiore è causato non dal fine della storia ma dal modo in cui viene raccontata.

Con i collaboratori di una vita accantonati del tutto (non ci sono né Massimo Ceccherini né Alessandro Haber né Panariello né Rocco Papaleo), il cast quasi interamente al femminile dimostra una coesione e una bravura di insieme non indifferente, così come sarebbe forse stato meglio regalare più spazio ai siparietti con Gianluca Guidi (figlio di Johnny Dorelli, con una lunga esperienza a teatro e in radio), davvero l’elemento più divertente e anarchico di tutto il lungometraggio. L’ulteriore anno di pausa rispetto ai canonici due (ne son passati tre, infatti, da Il professor cenerentolo) non sembra aver sortito l’effetto sperato. «Sono cambiato, riproviamoci»? Anche no, dai.

27 Novembre 2018
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