Live Report
Dal 15 aprile al 23 aprile 2016

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Franco Farinelli, geografo o per meglio dire antropologo dello spazio (e del luogo), così scriveva, per l’edizione 2015 di Live Arts Week, commentando l’esistenza di Gianni Peng, l’entità-identità del festival: «guardiano della soglia, sa o meglio ricorda perfettamente di trovarsi sul limite che divide lo spazio dal mondo: il primo, che egli ha di fronte, è il regno della misura, il campo della regola e della punizione del fallo, l’ambito insomma della legge; il secondo, che ha alle sue spalle, è il regno della dismisura, il campo dell’assenza di regole e punizioni, l’ambito cioè della mancanza di ogni legge». Gianni Peng, ossia Live Arts Week, è un portiere-portinaio che veglia all’ingresso di quel mondo in cui si sospendono le regole quotidiane dello spazio normato dalle unità di misura. Veglia sul mondo e sulla comunità che vi trova un luogo.

La trascinante edizione 2016 ha dettagliato come forse mai prima quanto annotato da Farinelli nella metafora del portiere, ma da un punto di vista non spaziale. Per smembrare il mondo del noto non serve solo uscire dalle logiche metriche quotidiane dello spazio, anzi è fondamentale lavorare sul tempo. Tutto o quasi il LAW di quest’anno ha lavorato per smembrare la connessione meccanica tra tempo esterno e tempo interno. Succede già dal primo giorno, un “fuori programma” e fuori settimana, il venerdì prima, un unico atto performativo di sette ore – Natten di Mårten Spångberg – dove entrare nella penombra e sospendere il giudizio sullo scorrere dei minuti: a livello narrativo, un débrayage (quasi alla lettera, disinnesco), che significa posizionarsi e soprattutto installarsi in una cornice dove accadono cose, a patto che si partecipi a quella discontinuità. È una prova di durata giocata laddove il tempo si sente meno, nel dormiveglia. Le logiche che reggono la narrazione sono tenute alle briglie in maniera salda. Lo dimostra nel micro la chiusura di ogni serata, grazie alla quasi-serie TV Ø di Trond Reinholdtsen. Come ogni quotidianità, diventa un’abitudine ironica-onirica (come diceva Tafuri «ironia che non fa ridere», ma in questo caso stranisce, diverte fino a intrattenere).

E poi ancora, proseguendo la dilatazione del tempo, anche SexGodSex di Minoru Sato – un lungo graffio acustico – e il ciclo Chimerization / Modulator / Synthetic Hinge di Florian Hecker, il quale allestisce un bosco di suoni intenso, variegato come una foresta sintetica dove noi siamo seduti a terra, al riparo di alberi metallici con radici aeree – i tralicci che supportano i diffusori di suono. Curiosamente, quei suoni fanno quasi rima con l’accompagnamento di musica concreta alle pose plastiche di Edelweiss di Alix Eynaudi (su tutti, il Luc Ferrari di Presque Rien e della splendida Petite symphonie intuitive pour un paysage de printemps).

Persino l’orologeria con cui si sviluppa iFeel3 di Marco Berrettini, già protagonista di uno dei più apprezzati capitoli del Live Arts Week 2014, gioca la carta della ripetizione del gesto infantile (degli attori-ballerini) per tenere fuori il mondo disinnescato. Per rientrarci, l’ultima sera si prova la strada della festa, che ci coglie poco volenterosi di festeggiare il ritorno a casa.

8 Maggio 2016
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