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La settimana delle arti performative di Live Arts Week è iniziata quest’anno con un’anticipazione extra festival, un omaggio al quarantennale della leggendaria Settimana della Performance che ebbe luogo a Bologna nel 1977. Uno “strano anello”, come avrebbe detto Douglas Hoftstadter, che ha visto Renato Barilli, critico d’arte allora e ancóra, performare una conferenza fiume sulle sette fatiche della performance, “una testimonianza vivida sulla Settimana della performance partita negli spazi della GAM (1977>1982)”, all’interno della Galleria De’ Foscherari. Presagio e anticipazione non solo del concept o leit motiv di Gianni Peng sesta edizione (il tema della performance, appunto), ma anche di una prospettiva relazionale, posizionale, differenziale tra performer e pubblico (il vero cuore tematico “percepito” dell’edizione). Live Arts Week VI è stato un sistema di anelli che si storcono e mettono in discussione la nostra presenza: che ci attualizzano. Ma anche una macchina di morbida coerenza, con sede principale delle attività proprio in quella GAM (Galleria d’Arte Moderna) che fu teatro e tempio dell’arte contemporanea bolognese fino alla nascita di MAMBo, il museo che dieci anni fa ne ha preso il posto – luogo dove nessuno o quasi dei presenti metteva piede da allora.

Gli appuntamenti extra GAM hanno avuto inizio nella terrazza del Teatro Comunale, dove Lorenzo Senni ha portato gli “avanzi” della sua ultima produzione, in un live dove pre- e durante- non sono entrati in relazione con una discontinuità: un mondo di loop dove il pubblico si è ritrovato, per poi capire che il tutto era già iniziato solo quando il musicista ha preso il suo posto, in una frontalità molto poco significante. Il cuore del festival, abbiamo detto, è stata però l’ex-GAM, a partire dalla performance-contenitore, o “ambiente performativo”, Scholomance II, strutturata dentro e attorno l’allestimento di Nico Vascellari, con vari ospiti, tra cui l’eccezionale Dana Michel (nei confronti della quale il pubblico nella penombra decide la soglia), coreografa e performer di Montreal, Leone d’Argento 2017 della Biennale di Venezia, protagonista durante anche l’ultima sera di uno dei momenti più perforanti della settimana, assieme a Massacre: Variations on a Theme di Alexandra Bachzetsis.

La segnalazione è d’obbligo: Live Arts Week è un flusso che invita a negoziare il proprio posto nei confronti dell’atto performativo (facendo un atto performativo speculare, a sua volta), a partire dal movimento strisciante di Dana, fino alla narrazione-lumaca di Antonija Livingstone & Claudia Hill (con loop da Sherazade), dal ralenti di Staged (Maria Hassabi, con tappeto acustico pieno di polvere di glitch) all’evacuazione energetica di Anastasia Ax e C. Spencer Yeh. Il pubblico è costretto in ogni momento a fare un esercizio di sistemica africana, a decidere, a fare un gesto che legittima l’estetica relazionale (vedi Bourriaud) ma anche la presenza politica del festival. Come a dire: prendere posizione nello spazio è il primo modo di prendere posizione nel mondo.

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