• giu
    09
    2017

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Ministry of Sound

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Quando l’album di debutto dei London Grammar vide la luce quattro anni fa, il trio britannico si trovò in un vortice di popolarità inaspettato per un genere, quello del dream pop/neo prog, non accessibile a tutti. If You Wait fu infatti disco di platino e in lizza per diversi premi di prestigio, fra cui i Brit Awards. Qualunque altro artista in situazioni simili avrebbe cavalcato l’onda positiva e rielaborato la manciata di idee positive che aveva sorpreso positivamente critica e pubblico in favore di una svolta commerciale, che, con ogni probabilità, avrebbe risucchiato quel che di originale la band aveva proposto fino ad allora. Ma i tre londinesi hanno imboccato una strada diversa, tenendo a freno i motori, scomparendo dalla circolazione per quattro anni, chinando il capo in cerca di ispirazione per un secondo, complicatissimo, album.

È tutto vero, il secondo album è sempre il più difficile. I London Grammar lo sanno meglio di chiunque altro, e forse è per questo che ci sono voluti quattro anni per dare alla luce Truth Is A Beautiful Thing. Quest’ultimo doveva essere un lavoro capace di confermare l’identità limpida del trio e, allo stesso tempo, in grado di non suonare stantio, una copia carbone del precedente. E qui sorgono le difficoltà, dal momento che lo stesso If You Wait faceva fatica a suonare variegato, d’intrattenimento. Truth Is A Beautiful Thing, a conti fatti, porta alla luce i peggiori difetti della band: la monotonia, la pomposità e un’eccessiva passione per il melodramma. Al nuovo album, infatti, non solo mancano i brani da classifica (sebbene Big Picture Non Believer possano prestarsi), ma ha complessivamente un’atmosfera che potrebbe fungere da chillout session del disco precedente. La formula, infatti, rimane invariata. Al centro la voce Hannah Reid, emozionale, profonda, da contralto; intorno l’ambient-pop a cui siamo stati abituati con la commistione di The XX e Florence And The Machine, conditi in salsa beat-hop/Portishead (Non Believer), emotional-pop/Emeli Sande (Rooting For You) o persino, per personalità, Adele (Everyone Else). Prendiamo Bones Of Ribbon, ad esempio. Un brano dall’alto potenziale discografico che, però, sembra obliare il fatto che si tratti della stessa linea melodica e strategia utilizzata, con ben diverso spessore, da Naughty Boy e Beyoncé nella hit Runnin’. Le melodie ci sono, intendiamoci. E non potrebbe essere altrimenti per una band che lotta per contendersi il primo posto nella classifica UK con Katy Perry. Ma il trucco, utilizzato più volte nel primo album, di camuffare armonie già sentite in chiave ambient/esoterico non sembra funzionare più. Who Am I?, ad esempio, suona come la versione chill out di una Sweetest Thing degli U2, Leave The War With Me sembra una outtake di How Big How Blue How Beautiful, Truth Is A Beautiful Thing, come la versione di Hey Hey My My dei Chromatics.

Dal punto di vista narrativo, i London Grammar sembrano avere a cuore la questione della fiducia e della verità, come d’altronde suggerisce il titolo stesso. Siamo tutti coinvolti in un decennio di fake news spreading, in cui giungere alla pura verità (che è beautiful thing) è una fatica degna della mitologia greca. Come si comportano le relazioni d’amore di fronte a questo disperdersi di notizie? Ci si può ancora fidare? Hannah Reid sembra riflettere sulle paure che l’uomo e la donna condividono in quest’epoca prima di imbarcarsi in relazioni sentimentali («I’d like to always love you, but I’m scared of loneliness when I’m alone with you», canta in Rooting For You). Le cicatrici delle passate esperienze sono determinanti tanto quanto lo sguardo sul futuro incerto. La morale, secondo i London Grammar, è che è proprio in tempi come questi che bisogna essere sinceri, veri, e predicare a tutti i costi la verità.

I rari sprazzi di vitalità di un album altrimenti noioso sono, però, da manuale. Rooting For You, se ad alcuni può suonare un po’ Disney oriented, ha un passaggio di accordi da brividi nel ritornello e, soprattutto, mette in vetrina l’intero range vocale di Reid; Big Picture, con la produzione di Jon Hopkins, si presta benissimo a remix che saranno ben più popolari della versione originale; Oh Woman Oh Man rappresenta una soluzione che i tre avrebbero potuto adottare per portare il loro sound su piani diversi (Mazzy Star/Low in questo caso), con un approccio più di petto, acustico, meno sintetizzato e mistico; Hell To The Liars, sebbene suoni un po’ musical-theatre, cresce esponenzialmente nei minuti finali, consegnando una coda meravigliosa per gentile concessione dei 32 elementi dell’orchestra di Praga; Non Believer è a mani basse il brano migliore del disco, che entrerà facilmente a ripetizione nelle nostre playlist Spotify.

I London Grammar hanno creato un lavoro maturo, di ottima manifattura, che, un po’ a sorpresa, non è una svendita di singoli spacca-classifica. Il problema è che l’evoluzione è pressoché assente: sembra che i tre, pur di scampare al pericolo di diventare un puro prodotto commerciale senza identità, abbiano preferito rifugiarsi nel sicuro nascondiglio della ripetitività, che, però, spesso fa rima con noia.

19 giugno 2017
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