• Mar
    20
    2015

Album

Warp Records

Add to Flipboard Magazine.

Potrebbe non dover essere un obbligo, ogni volta che si parla di artisti mancuniani, sfoderare la grandezza musicale della capitale del Nord dell’Inghilterra. Eppure, ogni volta, c’è qualcosa che pare opportuno sottolineare. È vero, la nostalgia verso l’età dell’oro (80s) e dell’argento (90s) è finanche troppa, ma, stando alla produzione recente, l’acqua dei rubinetti di Manchester (o, se volete, l’aria densa e inquinata che si respira) non è poi cambiata più di tanto. Il cambiamento si è limitato al mezzo e non al contenuto (anche se fior fior di semiologi direbbero che in fondo il mezzo è il contenuto).

Julie Campbell, aka Lonelady, è l’esempio ideale di come il mezzo sia il contenuto, anche quando viene aggiornato a un gradino di synth pop fino ad ora sconosciuto. La ragazza del Nord, con una presenza vagamente Annie Lennox e un disco pubblicato da Warp Records alle spalle, riassume gli stilemi musicali e tematici della grande scena di Manchester. E se questo si sentiva già nel precedente Nerve Up, dove però il tutto risultava un po’ fine a se stesso, utile per un sincero ma sterile synth pop da cameretta, nel nuovo Hinterland raccoglie le influenze e le sintetizza in un’opera aperta, ricca, espansiva.

Il viaggio di Hinterland, come d’altronde suggerisce il titolo, non può che essere un dialogo aperto con la terra desolata e fredda (No man’s land avrebbe potuto cantare Ian Curtis in Disorder) da cui proviene l’artista. A livello musicale, poi, il dialogo non si ferma a una bassocentricità pressoché scontata  (dati i referenti new wave), ma si fa contaminare dai rumori della città moderna, dal suono glaciale della ferrovia, dal funk degli Happy Mondays, ma anche e soprattutto da un Remain In Light dei Talking Heads, cantato magari da St. Vincent.

La profondità di Into The Cave, quasi sprezzante nei confronti della varietà tonale, non può che chiamare in causa il groove degli A Certain Ratio, su cui la Campbell gioca a fare la Kate Bush, con un timbro di voce incredibilmente familiare. Il singolo Bunkerpop – piccolo inno alla nordicità – è il crocevia della generazione Joy Division con quella Happy Mondays, con una piccola tappa nella Leeds dei Gang of Four.

In generale, tutto l’album procede (e alle volte si adagia facilmente) su un groove nervoso e ripetitivo, in cui non c’è spazio per il respiro d’insieme. La cosa può essere letta come un bene (d’altronde anche i Joy Division fondarono il loro sound – e quello di un’intera generazione d’artisti – sulle atmosfere chiuse e claustrofobiche), ma anche come un male: a Hinterland manca un dinamismo fra le varie tracce che permetta all’ascoltatore di distinguere il brano dal flusso di coscienza. E questo succede soprattutto laddove il groove funk prende il sopravvento sulle derive post-punk (Hinterland, Groove It Out, Silvering). Ci sono poi brani più dilatati (sempre fondati sugli epigoni schizofrenici di cui sopra, certo) che fanno risplendere il talento indiscusso della Campell: è il caso di Into The Cave, Bukerpop, ma soprattutto la bjorkiana Flee! e la concettuale Mortar Remembers You.

Il piccolo confine che separa Hinterland da un disco a pieno titolo mancuniano risiede nel fatto che quelli macuniani sono stati dischi di un’immediatezza pop (in senso estremamente lato) sconvolgente. Qui abbiamo un ottimo disco, fatto di ottimi brani, di ottime premesse, di ottimi intenti, a cui però manca la varietà – necessaria a un disco pop – che faccia fare a Lonelady il salto definitivo.

5 Maggio 2015
Leggi tutto
Precedente
Wolther Goes Stranger – II
Successivo
Trickfinger – Trickfinger

album

artista

artista

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite