• nov
    01
    2004

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Domino

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Avevamo lasciato Lou Barlow un paio di anni fa alle prese con The New Folk Implosion, ennesimo capitolo di una lunga saga che, attraverso diversi linguaggi musicali e altrettante ragioni sociali – Sebadoh, Sentridoh, Folk Implosion, senza contare i mitologici esordi come bassista nei Dinosaur Jr. di J Mascis – ha segnato le ultime due decadi di rock indipendente, contribuendo (non poco) a definirne i canoni. In casi come questi, l’inevitabile prezzo da pagare è quello di un catalogo tanto sterminato quanto dispersivo e, giocoforza, qualitativamente altalenante; se tuttavia si vuole trovare un denominatore comune nella produzione di Barlow, esso va ricercato in una creatività senza briglie, capricciosa, urgente, in continua ricerca di una via espressiva. In altre parole, di una casa.

Emoh (ovvero ‘home’ al contrario) è appunto il titolo del primo disco solista di Lou Barlow – o meglio, il primo disco in cui ha deciso di usare il nome di battesimo senza nascondersi dietro moniker di sorta. Una decisione importante, che non indica soltanto lo stop (se temporaneo o definitivo, lo stabiliranno gli eventi) delle attività collaterali o di gruppo; Lou sembra voler soprattutto ritrovare/rivendicare la propria identità, e lo fa puntando sulla semplicità, sulla dimensione domestica.
L’album raccoglie una serie di canzoni registrate negli ultimi due anni in quattro studi diversi (tra Nashville, Los Angeles, Hadley e casa propria) con l’aiuto del produttore Mark Nevers (Bonnie ‘Prince’ Billy, Lambchop) e di svariati collaboratori, tra cui i vecchi amici Jason Loewenstein e Russ Pollard (Sebadoh) e il chitarrista Imaad Wasif (già in The New Folk Implosion e Alaska insieme allo stesso Pollard). L’impianto sonoro è prevalentemente acustico, con interessanti inserti di Pro Tools e di Rhythm Box analogiche; in generale, il suono resta comunque il più scarno possibile (in alcuni brani è possibile sentire il naturale riverbero della voce), anche se siamo lontani dalle asperità lo-fi cui il Nostro spesso e volentieri si è abbandonato in passato.
In queste quattordici ballate riaffiorano tutte le precedenti incarnazioni di Lou, dalle primissime avventure come Sebadoh (quelli di The Freed Weed, 1990) o in solitaria come Sentridoh (The Ballad of Day Kitty), ai giochi in bassa fedeltà farciti di elettronica low cost dei Folk Implosion (Confused, Caterpillar Girl, in realtà scritta e registrata proprio per quel progetto e qui ripubblicata), dalle improbabili cover (una trasfigurata Round and Round della band heavy metal Ratt!), alle malinconiche ballads di metà’90 (Legendary, non troppo distante da Bakesale, 1994); la scrittura resta riconoscibile, forte di uno stile armonico e chitarristico che è ormai un marchio di fabbrica consolidato, nonché delle consuete, malinconiche liriche (per lo più incentrate su scontri relazionali).

Cosa c’è di nuovo dunque, a parte la – relativamente – inedita veste acustica e il nome in copertina? C’è la consapevolezza, la volontà di ottimizzare il risultato sfruttando al meglio i propri mezzi affidandosi all’ispirazione, a quelle antiche vibrazioni folk che lo avevano stuzzicato nel corso degli anni ma, imbrigliate nelle dinamiche di gruppo, non erano mai venute fuori del tutto. C’è lo scoprirsi songwriter nel senso più classico del termine, lo sciogliersi in composizioni che senza alcun timore reverenziale attingono dalla tradizione ‘roots’ americana (alla maniera di un Oldham o un Devendra Banhart) mostrando una naturale ed innata vena compositiva (le bellissime Holding Back The Year, Home, Royalty, Mary). C’è il giocare – più o meno consapevole – con i modelli (da Drake a Hank Willams), per arrivare a risultati del tutto personali e distinti (Puzzle, Mornings After Me, Imagined Life).
C’è, in altre parole, un Lou Barlow che si rivela autore folk di tutto rispetto. Era ora. 

18 Gennaio 2005
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