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6.6

Al secondo disco targato Sub Pop, prodotto come il precedente da Dave Fridmann, i Low si mettono nuovamente in discussione. Se The Great Destroyer era scosso da un impeto elettrico inedito, come dire “il fottuto album rock dei Low”, in occasione dell’ottavo album la band di Duluth spoglia il suono sottoponendolo ad una frigida austerity sintetica. Pulsazioni digitali, archi campionati, loop di voci, le chitarre limitate al necessario, la profondità robotica del basso, demonietti psych più accessori che altro, il canto stesso di Alan e Mimi attento a non premere troppo sul pedale dell’enfasi.

Tutto così volutamente spoglio ed essenziale. In palpitante contrasto coi fantasmi e i tremori che si agitano nei testi (frutti amari dell’irrequietezza politica in cui viviamo), cuciti su melodie asciutte, avare sia negli ammiccamenti che nella contrizione. Si prenda l’incedere fosco di Dragonfly, tra feedback e brontolii sintetici, con l’organo e le voci a confezionare una mestizia impalpabile che rimanda al Peter Gabriel di Wallflower. Oppure quella Always Fade che mentre stempera il passo sordido Lou Reed e quello alieno Radiohead ti spaccia angoscia vestita di leggerezza. O ancora la trepida Murderer, dove un bordone quasi Sigur Rós (stentoreo e madreperlaceo) si consuma in attesa di un’esplosione che, come i famosi Tartari, non arriva mai. O infine quella Hatchet che architetta un funkettino accomodante tra cincischii digitali, deep bass (è il nuovo acquisto Matt Livingston, in sostituzione del dimissionario Zak Sally) e chitarrina rugginosa.

Tutti o quasi pezzi non nuovi, eseguiti più volte live: quasi fossero pretesti per altrettanti operazioni di chirurgia estetica, con lo scopo di ottenere – previo gli uffici del dottor Fridmann – la giusta tensione tra forma e contenuto, tra la frigidità della pelle e il rovello interiore. In definitiva, è forse l’album meno coinvolgente dei Low. Spiazzerà, deluderà, farà discutere (lo sta già facendo). Ma, se ho capito dove volevano andare a parare, è un disco riuscito.

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