Recensioni

I Low sono una religione, è ufficiale. La chiesa è la stessa di due anni fa, il democristiano Teatro Antoniano di Bologna (sigh!). La data è l’unica in Italia (sigh!). L’occasione è la presentazione dell’ultimo disco (Ones and Sixes), che il nostro Stefano Solventi ha definito «uno spettacolo d’impetuosa quintessenza Low», sempre meglio del pasticciato The Invisible Way, ma lontani sono i fasti di lustri fa (I Could Live in Hope e Trust, a citarne giusto due), dunque non ci resta che piangere. La resa live poi è invariata da sempre (dopotutto sono i paladini dello slowcore, che cambiano a fare). Allora cosa dobbiamo aspettarci dal trio di Duluth, Minnesota? Un miracolo? Un deciso cambio di rotta in chiave live? O la magia dei precedenti live è replicabile e non ci stancheremo mai di loro?

C’è quasi il tutto esaurito. Il tris iniziale chiarisce già tutto, ciò che erano/sono/saranno i Low: intensità, circolarità, voracità. Innanzitutto l’attacco da libro Cuore di Gentle, da far pulsare gli occhi. No Comprende, poi, e già si vira su quel pop difficilmente perfettibile – un cerchio alla testa stracolmo di coretti già indistinguibili. Monkey è una decisa strizzata ai nervi, resa ancor più vitale, nervosa, nervosissima, a tratti snervante, da riempirci il teatro, da chiarire già tutto. E cioè che Mimi Parker è una sfinge nera dalla voce che va al di là dei sogni (perdonerete il coelhismo), che Alan Sparhawk è particolarmente loquace (eufemismo) e predicatore (con quel dito puntato verso il pubblico quando decide che quel che dice è decisamente importante, che sfumatura), e che Steve Garrington fa quello normale del trio (ad avercene). E che i tre praticamente non si rivolgeranno mai la parola.

Nemmeno tre pezzi e già ci si chiede perché per un attimo s’è dubitato di loro, già si vorrebbe non cambiassero mai. La scaletta scivola via tra inevitabili e fisiologici cali d’intensità (la dimessa Holy Ghost, la senza nervi Plastic Cup, entrambe ne risentono e parecchio in sede live, maledetto The Invisible Way) e picchi assoluti. Per dirne due: la travolgente e sfigurata sul finale On My Own (un martello vero e proprio), e soprattutto Lies, carezza pop come non se ne fanno più. Il resto è pura accademia e lancio di cuori sul palco. Tipo Pissing, con Sparhawk che morde le corde della chitarra e trasfigura gli affreschi invisibili dell’Antoniano, o una liberatoria Words che accontenta tutti, pure i più criticoni come il sottoscritto. Unica pecca, la scaletta, molto concentrata sugli ultimi dischi (di cui si è già detto), mentre si saltano quasi a piè pari dischi importanti come Trust e Drums and Guns, sempre meritevoli di qualche attenzione in più.

Si esce tutti lenti, sorridenti e immalinconiti. Tutti hanno avuto esattamente quel che volevano dai Low. Eppure tutti si porteranno a casa una piccola, leggera sfumatura che solo loro sanno regalare. Le sfumature, si sa, sono importanti. Piccola nota a piè di pagina: un po’ per i divieti di fotografare, un po’ per il buon senso del pubblico: nessun flash a illuminare inutilmente la scena, nessuno smartphone in aria, finalmente. Vietiamolo ovunque.

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