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7.3

I Low escono dal guscio per spandere allarme. Scuotendo le strutture, infervorando le ritmiche, distorcendo i volumi, arrochendo la voce. Gridando l’inquietudine che preme dentro. Una tavolozza emotiva più frenetica e pulsante che la sublime sacralità “slow core” dei lavori precedenti non avrebbe saputo riprodurre. Insomma, Mimi, Alan e Zak devono essersi svegliati sotto un cielo rosso sangue e aver sentito con chiarezza correre nelle vene una febbre d’apocalisse. Oppure, deve essergli semplicemente girato il boccino e con tutto il loro essere mormoni o che altro si sono voluti concedere un po’ di sano turgore.

Sia come sia, il risultato è questo The Great Destroyer, prodotto dal Mercury Rev sempre più occulto David Fridmann, settima prova in lungo per la band di Duluth, primo per la Sub Pop dopo lunga militanza Kranky. Un album rock. Con ampi margini di cupezza, certo, e ci mancherebbe. Però trafitto da folate e vibrioni di watt, però scosso da crudi accessi di aggressività, però illuminato da una sussultante sbrigliatezza. Fin dall’iniziale Monkey, con quelle percussioni minacciose, la chitarrina wave, le botte di batteria nel chorus e le staffilate d’organo, è chiaro che l’espressione ha travolto le forme, e vivaddio.
E’ piacevole questo assalto, questa cruda sorpresa: il crepitare bituminoso di chitarre alla Crazy Horse periodo Weld di On The Edge Of (quel chorus senza batteria come una parentesi lucida nella pantomima nevrastenica, i versi ricordano l’invettiva acida e obliqua di Roger Waters), l’angoscioso escapismo à la Depeche Mode di Songs Of Faith And Devotion rinvenibile in Everybody’s Song (il riff metallico, il drumming industriale, l’austerità del canto, stilettate tangenti di chitarra, cigolii, flanger e synth), il mid tempo dritto e acidulo di Broadway (che va a spegnersi in una lunga coda psych, i sixties più Velvet che Byrds, il chorus sospeso tra evanescenze sintetiche, corde in reverse e voci echoizzate).

E ancor più fa piacere trovare in tanta discontinuità i segni della coerenza, i caratteri inconfondibili che ci hanno fatto amare per anni le sublimi giaculatorie dei Low. Vedi il chiesastico sorgere di voci su sfondo d’organo che apre Cue The Strings (malinconia assolta poi da grancassa, chitarra, riff d’organetto ed imprecisate evanescenze madreperla), oppure la mescolanza di denso ed etereo a soffiare sulla pelle country-rock di Silver Rider (coro lancinante, apocalissi crepuscolare, percussioni rombanti), e ancora l’agnizione dilatata di Pissing (accompagnamento teso e sottile con piano e spazzole in evidenza, poi l’argine si rompe con un crepitio di watt, feedback e tuoni, assolo apocalittici e sgrammaticati).

Sembrano proprio a loro agio alle prese con questi asteroidi younghiani stemperati Red House Painters (l’abbraccio tra utopie e clangori di California, il crescendo prima ombroso e poi esplosivo di When I Go Deaf), ma ci sorprendono davvero quando dimostrano di sapersela cavare benissimo anche con materiale pop d’indirizzo piuttosto radiofonico (quella Step che spiana una melodia degna degli Abba tra vocoder e vocina infantile – per poi strapazzarla con un brusco lavoro di chitarra elettrica – e la suadente tensione di Walk Into The Sea – quasi i Mama’s And Papa’s in trip garage).

Se poi il vento tiepido del folk si muove con naturalezza e passione tra le loro corde, confondendo brillantezza e insidia (quella Just Stand Back che mastica country rock con stralunata levità Wilco), afflizione e condanna (Death Of A Salesman, solo voce e chitarra per un peana atavico da loner cantastorie), allora vien voglia di aggiungere qualche centimetro al piedistallo sotto al monumento che qualcuno deve avere già eretto da qualche parte nell’olimpo del rock.

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