Film

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Il film di Luca Guadagnino alla mostra di Venezia mi era piaciuto. Lo dico subito. Anzi non avevo proprio capito perché fosse stato accolto con fischi, ironie e trambusto futurista. Sono andato a rivederlo e l’esito è stato radicalmente opposto. Da dar ragione al futurismo festivaliero.

Luca Guadagnino, suo anche il soggetto, racconta di Emma Recchi, Tilda Swinton, signora dell’alta borghesia industriale milanese e del suo vivere annoiato e opulento. Fino all’incontro con Antonio, il redivivo Edoardo Gabriellini, cuoco e amico del figlio di lei Edoardo, Flavio Parenti.

Sin dall’inizio tutto è concesso al potere estetico dell’immagine. Ai movimenti di macchina. Alla costruzione delle inquadrature. Tutto nel film si presta alla ricostruzione oltremodo precisa dell’alta borghesia milanese. Dei suoi interni. Delle sue usanze. Dei suoi vezzi. E dei suoi limiti più beceri e antiprogressisti. La storia, senza dubbio né originale né di portata epocale, quasi scompare sotto il peso di plongée e carrelli che si arrestano su pesanti porte che si chiudono sempre. Su stanze che portano ad altre porte. Su decorazioni barocche ridondanti e mute. Sulla Milano di cemento e neve. Sulla Londra finanziaria e mondiale. E anche sulla San Remo di carne e sole.

Guadagnino cita. Questo è il punto. Ma di quel citare che avoca a tutto lo stile, a tutta l’opera omnia, dell’autore omaggiato. Michelangelo Antonioni. Luchino Visconti. Pier Paolo Pasolini e Terrence Malick in toto. Non in particolare. Guadagnino omaggia il cinema d’autore italiano degli anni ’60. Omaggia i maestri di oggi. E questo non basta. Lo fa in un contesto poco interessante. Dell’alta borghesia milanese che si autotutela e diverte, che se la gode e produce- sempre meno e peggio – che s’incapriccia per il giovane proletario e manda la figlia sessualmente annoiata a studiare fotografia a Londra non se ne sente davvero la necessità né la sincerità espressiva. Questo è quanto. Formalmente barocco. Sostanzialmente anacronistico.

Pare che Guadagnino denunci ma l’oggetto del suo attacco ricorda quello fuori tempo massimo gattopardesco. Del tipo che non può fingere di non vedere che i giochi si decidono altrove. Non più lì e da tanto, ormai. Tra cammei di pregio, un Ferzetti d’antan, e macchiette manieriste, la suocera Rory, Marisa Berenson, l’autore inserisce persino un imprenditore indiano, tale Mr. Kubelkian, Waris Asluwalia, che filosofeggia flemmatico sull’economia dal ruolo di rinnovatrice del mondo e sulle sinapsi aziendali che lo renderanno migliore.

Resta irrisolto parecchio nel film. Tanto non è compreso e assimilato perché citazionismo ed evidente anacronismo non permettono una reale analisi psicologica dei caratteri del film. Dura è interessarsi realmente ai ricordi pregni di Emma o ai silenzi di Antonio o, tantomeno, ai flebili abbracci tra lui ed Edoardo. Al fatto che tutti abbiano qualcosa di nascosto e inconfessabile o, meglio, di latente e pericoloso non ci si può dedicare perché lo stridore del contesto è limitante e fastidioso. Guadagnino crea, quindi, un mondo volutamente molto vivido e variegato. Tutto sta nelle sfumature dell’elegante grigio piombo borghese nel quale il regista vorrebbe seguissimo il filo del rosso e dell’arancione degli abiti Jil Sander e Fendi di Swinton quasi fossero un bianconiglio dello svelamento e della comprensione, della denuncia e della necessaria realtà. Tutto questo si arena perché troppo è dato e detto e non è lasciato lo spazio allo spettatore per interrogarsi e decifrare.

Il ritorno allo stato di natura, al silenzio, alle porte finalmente aperte, al far l’amore nei campi non è poi che uno stantio tentativo di giustificare l’operato di una protagonista alla quale non ci affeziona né cura se non per l’eleganza e l’abilità attoriale.

Guadagnino recupera il cinema che ama e lo omaggia nel peggiore dei modi possibile, ovvero riversandolo ai giorni nostri con i modi di ieri e non approfondendo gli interrogativi e i motivi interiori di chi era raccontato in quelle opere.

1 Aprile 2013
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