• Nov
    26
    2018

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Glistening Examples

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Proprio a metà della sua durata, Till The Clouds Roll By si accende con un vocio di suoni in lontananza: un pianoforte che suona come attraverso una lente deformata, percussioni argentine che hanno un che di orientale, qua e là spruzzi da sci-fi. A quel punto il girare in circolo del droning assume tinte psichedeliche, come di nastri continuamente riportati al punto di partenza nel tenativio di trattenere l’istante. È il modo che Luca Sigurtà ha per aprire dilatazioni temporali su di un singolo istante, creando mondi circolari dentro a un loop, stiracchiandolo fino a renderlo circolarmente immobile, eternamente in divenire, sempre uguale a sè stesso in una drammatica diversità di sfumature. L’ispirazione per questo episodio, e per gli altri cinque che compongono la scaletta di questo suo nuovo disco, arriva dalla passione per le dive del cinema muto americano. E in qualche modo tutto torna. Sono donne-dive che hanno sviluppato la capacità di dire tutto senza dire, di alludere a un mondo solo con uno sguardo, un’espressione catturata da un fotogramma trattenuto sullo schermo. Una tensione, quella tra il ruolo su pellicola e le loro vite spesso tinte di tragedia personale, che va perfettamente a braccetto con l’atmosfera (light)-noir di GODDESS.

I riferimento potrebbero essere facilmente identificabili: Fennesz, ovviamente Steve Roach, e poi potremmo andare a cercare tutti coloro che hanno scelto – poeticamente – il Revox B77 come veicolo espressivo (Valerio Tricoli, per dire), per non tacere delle soundtrack che sono ovvio riferimento per un disco siffatto. Ma, in particolare nelle prime due composizioni, Peekaboo Bang Hangover Square, si può intravvedere la psichedelia di certi Pink Floyd, entrati forse inconsciamente nei nastri su cui Sigurtà stava incidendo, come un riflesso freudiano che il suo inconscio gli ha imposto di inserire. Una dimostrazione di come GODDESS, pure rientrando in una nicchia piuttosto definita, ha accolto dentro di sé anche altri universi sonori. Gli fanno da contraltare l’efficace isolazionismo della disturbante Wrong Room, una quieta e paralizzante Hold Back The Dawn e la fuga cosmica della conclusiva Empty Saddies. Ognuna di esse è breve come una scena di un film, ma contemporaneamente lunga come l’eterno ritorno, cangiante come la luce che filtra dalla finestra sporca e le ragnatele della copertina: non resta che accomodarsi sulla poltrona e godersi la visione con il terzo occhio.

 

 

25 Gennaio 2019
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