• lug
    15
    2016

Album

Universal

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Non c’è ghetto senza rap e non c’è Gomorra senza Luchè. Ma Luca Imprudente è anche altro, e ce lo canta in Malammore con un flow eclettico in bilico tra napoletano e italiano. Un’etichetta dovuta a un passato artistico già di culto (prima con in Co’Sang e poi solista) lo vede unicamente come cantore del disagio delle banlieu e della malavita napoletane, ma il rapper da Marianella torna con Universal e un album che alterna atmosfere cupe di certo gangsta-rap a lui familiare a sonorità più delicate per storie d’amore e di quotidianità.

Malammore sta per la bellezza della vita ma anche per l’amaro che lascia in bocca, per la felicità di chi ce l’ha fatta come per un senso d’incertezza romantico ed esistenziale. Il lavoro prende il nome da un tatuaggio dell’artista e dal fedelissimo della famiglia Savastano di Gomorra La Serie, un prodotto che ha tratto linfa sonora dalla produzione di Luchè. Il primo singolo dell’album, O primmo ammore, è appunto comparso nella seconda stagione della serie sancendo il ritorno al napoletano dell’autore, ma, conservando l’attitudine caustica e claustrofobica del racconto della strada e del ghetto, Malammore va spesso oltre il puro disagio sociale per dare spazio al sentimento, suonando allo stesso tempo sofferto e passionale, autobiografico e individualista.

Il disco si potrebbe dividere tra una prima parte più tesa e una seconda più emotiva. In apertura c’è la vigorosa Violento a mettere in circolo l’adrenalina prima del dis-rap di Il mio nome («Tu la X di factor / io la X di Malcolm […] Se parli di sti rappers frà / non fare il mio nome»). Ce l’ha con tanti, Luchè, e in Per la mia città dichiara il suo amore per Napoli mentre si smarca dai colleghi, accusando una scena ormai fiacca dove si insegue più la fama che il groove («La scena è ferma fra / inizio ad annoiarmi / a fare il disco dell’anno / fra tutti gli anni […] primo disco fai hardcore / il secondo Massimo Boldi / voi non siete rappers / voi siete attori / e se ai live c’è meno gente perché mancano i genitori»). La traccia più divertita è invece Bello (con Gue Pequeno), mentre la cover di Vasco Rossi Non mi va è un riuscito divertissement. Poi Luchè rammenta di non essere unicamente lo storyteller della rabbia e delle difficoltà nella periferia contaminata dalla malavita, e nella seconda parte dell’album si fa spazio al sentimento e al ricordo. Ed è subito ballad e bildungsroman con il beat che rallenta e il flow che s’illanguidisce: per Luchè l’amore è lacrime e sangue, sofferenza e passione. A chiudere l’album arriva un piccolo regalo ai fan, con E’cumpagn mie e Nisciun, due tracce in perfetto stile gangsta comparse esclusivamente su Youtube tra il settembre 2014 e il febbraio 2015.

Continua dunque il discorso intrapreso con L1 e L2, i due precedenti lavori scritti in italiano e caratterizzati da una produzione eterogenea, per i testi come per i suoni. Oltre a ritrovare il cinismo e la disillusione di certe immagini, in Malammore si svela l’intimismo di un autore artisticamente maturo nella disponibilità all’evoluzione e nell’apertura alle contaminazioni. Come dire, dalla West Coast al Blasco il passo non è breve, ma il flow di Luchè regge la gittata.

14 agosto 2016
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