• Ott
    01
    2010

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Baskaru

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Primo compito per recensire Slice Repair (primo album regolarmente licenziato di Lugano Fell, dopo un cdr d’esordio) è – come sempre – sfuggire all’ineffabile. Il lavoro di James Taylor ci dà il pretesto per segnalare – una volta di più – un metodo che ha segnato (o seguito) il passaggio dal post-rock all’elettronica avant, scivolando dolcemente nell’elettroacustica.

Le reminiscenze ci sono tutte, a partire dalla prevedibile eco in lontananza di Labradford / Pan American (Slope), che portava già a metà Novanta (in Labradford, per esempio) sotto gli occhi di tutti le potenzialità dell’ibridazione. Slice Repair non è però un fossile creato in laboratorio. Nasce con un brano di dilatazioni ambientali quasi cosmiche ma di provenienza compositiva minimalista (Bleaker), si muove su terreni già citati ma – almeno in un’occasione (47 Easy 47), prima della conclusione – riesce anche ad affrontare, con saggia profondità di visione, due mondi che si guardano: quello di Alvin Curran (c’è musica elettronica vivissima, popolata da un bell’intarsio artigianale di voci, in Preform Naple) e quello del glitch. Certo non si tratta di universi estranei, è vero, ma neanche troppo spesso messi a confronto.

Non è però un caso, con tutta probabilità, che ciò che riesce meglio a Taylor e alla ragione sociale Lugano Fell è una versione butterata, glitchata ma ugualmente intensa delle suite di David Pajo / Papa M (Two Hundred Clocks And A Metre). È il recente passato che torna, forse. Ma ciò che promuoviamo è la capacità di rimescolamento che non suona per nulla passatista – né cerca di far finta che il cordone ombelicale sia ancora attaccato.

8 Ottobre 2010
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