Recensioni

6.8

Esiste ancora la Border Community ora che James Holden è diventato il figlio che Terry Riley non sapeva di avere? Certo che sì. Le uscite sono centellinate ma la label non ha chiuso i battenti. Lo scorso anno ha fatto uscire il solo album di Leafcutter John e quest’infausto 2020 lo chiude con un lavoro firmato dallo stesso Holden in coppia con il clanirettista polacco Waclaw Zimpel, e con questo che è il must have della tornata, il ritorno di uno che nel giro della label è di famiglia.

Parliamo del synth wiz Luke Abbott, compositore che escludendo le collaborazioni e l’esperienza con l’experimental jazz trio Szun Waves, mancava all’appello da Wysing Forest (2014), disco anch’esso pubblicato da Border Community e al quale questo si ricollega per via della sintesi modulare, ma che da quello si distacca riallacciandosi invece all’immediatezza cosmic-krauta dell’esordio Holkham Drones (2010). Abbott è un po’ il gemello diverso dell’Holden di The Inheritors e infatti non è un caso che i due abbiano collaborato in passato producendo anche un pregevole album, Outdoor Museum of Fractals / 555Hz, ispirato peraltro ai lavori del sopracitato Riley.

Venendo a Translate, lo stesso Abbott lo descrive un disco visivo e cinematico, tanto luminoso e accogliente quanto dark e minaccioso. Un equilibrio che i suoi arrangiamenti puramente elettronici scolpiscono con il solito approccio in presa diretta, come ad un live. L’arte del Nostro è fatta di pieni e di vuoti, con i crescendo a legarli tra loro (Our Scene o Ames Window) e a sottolineare la (mediata) spontaneità delle composizioni. Flux si avventura in modulazioni cosmiche mentre in Living Dust e Feed Me Shapes claustrofobici grumi sonori arrivano ad accartocciarsi su loro stessi seppur seguendo strutture ritmiche diverse (più glitch la prima, maggiormente marziale e industrial la seconda). Le atmosfere, ciclicamente, si rasserenano: in pezzi come Roses, Luna, o nella conclusiva August Prism, c’è della fioca luce a trapelare dai circuiti.

Non certo, in definitiva, un capolavoro, ma la giusta prosecuzione del percorso di Abbott che trova qui una buona coerenza, la sintesi di uno stile che se non altro è divenuto il suo riconoscibile marchio di fabbrica.

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