• Ott
    23
    2015

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Pias

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Il revival 80’s è uno dei più evidenti leitmotiv della discografia degli ultimi quindici anni. Il decennio a lungo – ingiustamente – accusato di aver accelerato esponenzialmente la mercificazione musicale attraverso un serie di artisti di dubbio spessore votati alle charts è in realtà ormai da tempo la fonte di ispirazione – non necessariamente diretta – più frequente tra i newcomers di tutto il mondo. Rimanendo in territorio britannico, non si contano le band che hanno ampiamente saccheggiato dal periodo post-punk 1979-1982 così come quelle che hanno rinvigorito l’immaginario 1986-1989 (c86, pre-shoegaze e pre-madchester ecc…). Meno battuto invece il triennio 1983-1985, ed è proprio da questo arco temporale che sembrano provenire la maggior parte delle composizioni dei Lusts, duo di Leicester formato dai fratelli Andy e James Stone.

Nonostante un look ed un’estetica (che passa attraverso gli artwork psych di Yoshi Sodeok) vagamente costruite e fin troppo in linea con quelle decine di nostalgiche hip-band, i Lusts evitano alcuni problemi legati alla saturazione del mercato optando per soluzioni più vicine agli Echo & The Bunnymen o ai Psychedelic Furs che ai Joy Division, rievocando quegli istanti – appena antecedenti all’arrivo del ciclone Psychocandy – in cui il post-punk stava diventando sempre più accessibile grazie a produzioni in modalità big music e a strutture melodiche più armoniose.

Illuminations, l’album d’esordio dei Lusts, arriva dopo un anno scandito da alcuni singoli (che ritroviamo in questa occasione) e contiene dodici tracce che sembrano uscire direttamente dalle colonne sonore dei blockbuster di John Hughes. Tra i passaggi più riusciti e al contempo caratterizzanti citiamo la title track (melodicamente ineccepibile e dal bel chorus malinconico), la wave rocciosa di Temptation e i suoi chiari riferimenti ai New Order, una Careless scritta dopo aver letto Le Regole dell’Attrazione di Bret Easton Ellis e la “bunnymeniana” The Chair, con il suo stacco elettrico piuttosto azzeccato.

Altrove abbiamo invece passaggi più ordinari e meno ispirati (Sometimes, il primo brano scritto dai due, suona ancora un po’ immaturo), specie in una parte centrale del disco caratterizzata da più filler che killer, ma il tutto viene sempre e comunque mantenuto su livelli più che dignitosi da una produzione – affidata a MJ degli Hookworms – bella piena, pulita ed equilibrata. Non mancano inoltre alcune vibrazioni piuttosto celate che provengono dallo shoegaze (seppur mitigate da un approccio decisamente pop), armonie vocali che si rifanno ai sixties rivisti dagli Stone Roses e un fiuto per la melodia degno degli House Of Love.

Compatto e molto piacevole, Illuminations soffre forse della mancanza di quello spessore, anche compositivo, che i Lusts potrebbero acquistare con il tempo e/o allargando la formazione.

3 Novembre 2015
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