Recensioni

7.2

I Lute sono i fratelli Gabriele (chitarre) e Alessandro Ferrari (batterie), oltre a Gabriele Formis alle tastierine. Animatori, fra le altre cose, dello Schiele Carnoso Festival (una sorta di istituzione fra Casalmaggiore, Reggio Emilia e Parma), i Lute da quasi un decennio scartabellano il senso dell’Emilia per un certo post rock più meccanizzato eppure straordinariamente viscerale. Santa Marinaro è il loro nuovo disco, il disco della perdita non solo fisica ma anche psicologica, così dicono. Verifichiamo.

L’attacco precario di Parece Inflitto Lentamente Toda la Vida Que No Esperamos Llega A Su Fin Comme Une Horloge Qui Se Arrete Lorsque Vous Ne Voulez Pas sta fra l’Erik Satie più dolente e il Nils Frahm più scontroso, per poi dissolversi fra il rumore nebbioso della medio-padana e le rincorse sfrenate di #2, che già chiariscono molto di Santa Marinaro. Innanzitutto la brevità dei pezzi, diretti e precisi  – una scelta atipica nel mondo post-rock (perdonate la generalizzazione) ma che nel caso dei Lute sa di necessità di preservare una sorta di immediatezza primitiva, vera, zero fronzoli dunque. Canalis, avvolta da fredde tastiere e da chitarre capaci di indicare la retta via (una dark wave pacificata, esausta), sta esattamente fra i I Love You But I’ve Chosen The Darkness più instabili (e ce ne vuole) e, inevitabilmente, i Godspeed You! Black Emperor più concisi (ad avercene). Domenica delle Salme è l’assalto ferocissimo prima dei cori riappacificatori di #5. Omnia Quaecumque Habes Salva Perdet Illam è l’acida rivincita delle chitarre, che scavano inutilmente, che si perdono, che alla fine sopravvivono, che gridano poi nella finale Extremaunciòn Asensiòn Al Cielo Por Encima De Todas Las Cosas Es Insignificante, l’inferno a poco a poco rallentato. Insomma, non si gioca di maniera in Santa Marinaro.

I Lute sono capaci di sopperire all’assenza del basso stravolgendo i rigidi e ormai soporiferi canoni di un certo post rock: e allora batteria e tastiere a tenere il passo, con le chitarre in apparente secondo piano, in realtà pronte a sviscerare lo sviscerabile, a fotografarlo, illuminandolo, incupendolo. Un disco a suo modo scarno ed estremamente avvolgente, per amanti del genere, certo, ma necessario come la perdita.

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