Recensioni

6.2

Arpeggioni emotivamente carichi, power pop che scivola nell’indie rock, voci che si fanno forza e si aprono alle orecchie di chi presta ascolto, mentre intorno è tutto un fuzz. I newyorkesi LVL UP arrivano al loro terzo disco, pensato esclusivamente per una release tramite Sub Pop – perché, non fosse esistita l’etichetta, la band si sarebbe arrestata a Hoodwink’d – e contenente dieci brani nei quali tre (Benton, Caridi e Corbo) dei quattro membri si scambiano di volta in volta la postazione al microfono, dando spazio in modo paritario al songwriting di ciascuno.

Un po’ Dinosaur Jr., un po’ Neutral Milk Hotel, sicuramente anche un po’ Weezer, il quartetto punta su pezzi che vogliono parlare alle viscere e al cuore dell’audience in modo quasi spirituale, con un’attenzione particolare per l’uso delle chitarre e per la pulizia della produzione, qui più che mai conclamata. Se Hidden Driver conserva il ruolo di energico prologo dalla ritmica incalzante e dai testi che si interrogano sulle manovre che regolano il destino dell’uomo («God is peeking, softly speaking / fucking everything until I slowly do see»), Blur, contenuta nel Three Songs EP, rilascia nell’aria un’atmosfera prettamente californiana dai colori caldi e patinati, mentre in She Sustains Us viene fuori il J Mascis che si nasconde nei cuori dei quattro ragazzi, affiancato dalla dolcezza di una voce femminile e da un timido Minimoog. Già da questa prima tranche si evince come i LVL UP abbiano mosso a proprio favore gli equilibri del pop, ibridando quest’ultimo con generi solitamente considerati alternativi come il noise e confezionando un prodotto piacevolmente fruibile.

La malinconia pavementiana di Spirit Was cede il passo all’intimismo ritmato, sebbene molto sofferto, di Pain; The Closing Door si fa anthemica, e quando Cut From The Vine ricorda i momenti più pigri di Pete & The Pirates, giunge I a risollevare le sorti dell’intero album, con i suoi riff orecchiabili, vivaci come bambini catapultati fuori da scuola al suono della fatidica ultima campanella. La chiusura Naked in the River with the Creator, infine, con la sua calcata ironia, s’infrange su un muro armonico di organo e voci, sia maschili che femminili, che pian piano abbassano il capo per accogliere le sferzate di chitarra e percussioni in un cadenzato ripetersi che si trasforma in mantra.

Return to Love è un viaggio introspettivo e denso di rimandi celestiali, dove la sperimentazione sempre a cavallo tra omaggi e originalità premia più che in passato l’inventiva della band americana, giunta oggi a una maturazione di certo soddisfacente.

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