• Feb
    01
    2005

Album

Matador

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Da uno come M. Ward ci si potrebbe lecitamente attendere il capolavoro che ti strappa lo stupore dai polmoni. Di più: con un po’ di sforzo ed elasticità mentale, puoi addirittura figurartelo spedito ai piani alti delle charts dal primo spot che ne adottasse l’eleganza indolenzita. Possibile. Ma improbabilissimo. Questo disco – anche questo disco – fa solo intuire potenzialità che Ward preferisce tenere al guinzaglio di una coerenza lucida e appassionata, cocciutamente votata alla retroguardia, quasi che i riflettori e gli strepiti della prima linea potessero guastarne la delicata fattura. Non c’è insomma ne l’ombra né la voglia di tentare il grande balzo, di sterzare verso territori più eclatanti. É come se Matt si giudicasse “arrivato” dal punto di vista estetico e poetico e quindi tendesse a rassodare gli argini eretti finora. Difficile dargli torto, visto il risultato.

Questo Transistor Radio infatti non porta in dote cedimenti né sostanziali novità. Il folk e il blues (e il country, e il RnB, e certe striscianti inclinazioni jazz) da una parte, dall’altra un palpitante lavorio sintetico di sfondo, nel mezzo una voce che scivola e svicola tra nostalgiche visioni e siparietti trepidi (emblematica in tal senso è Hi-Fi, con le pennate uggiolose tex/mex e il guaito ombroso del synth, così malferma e instabile da traslare su un piano onirico, rappresentazione nostalgica di un rimpianto impossibile). Cospicuo il numero di pezzi in scaletta (ben sedici, eguagliando il record dell’esordio), come quasi d’abitudine aperta e chiusa da brani strumentali: un po’ sorprende la scelta di You Still Believe in Me (dal mitologico Pet Sounds dei Beach Boys, qui folk agreste, arioso, come ad aprire le porte di un paradiso immaginario), e ancor più la chiusura affidata a una Well-Tempered Clavier firmata nientemeno che J.S. Bach, chitarra e organo per una mesta dissolvenza tra senso di perdita e sogno.

Tra di esse, la solita elegante strategia d’incanti, trapassi temporali, ipnosi esotiche e insidie postmoderne: ballate ciondolanti come Sweethearts on Parade (la voce da crooner efebico e un ghigno distorto di chitarra simile ai modi del tardo Lou Reed), l’asprigna verve country di Deep Dark Well (pervasa di trasfigurazioni antillane), la riesumazione della psych aerea di I’ll Be Yr Bird (dal primo album). Sogni che sanno d’essere finzione sognata, scialuppe di salvataggio che sperimentano il rammarico della propria impossibilità. E ancora, la foto seppiata di One Life Away (folk blues captato su frequenze d’altroquando), e il boogie ruspante di Big Boat (la voce irruvidita, ai cori Vic Chesnutt e Jenny Lewis, riverberi stretti e poche spine disponibili), e il country blues in sordina di Oh Take Me Back (con tramestio rag di bacchette di soppiatto).

M. Ward potrebbe sembrare un tipo cervellotico, uno con una missione capricciosa destinata al vicolo cieco. Invece, ecco, è un tipo semplice. Capace di uscirsene con piccole meraviglie quali Fuel For Fire (cigolii acustici, campanellini, un piano dalla stanza dei fantasmi, una viola della stessa materia dei sogni, la voce assolta da un ebbro, dolciastro abbandono) o Radio Campaign (arioso country blues dal ritornello disarmante & disinvolto come un Jens Lekman). Quasi dimenticavo: c’è un filo che unisce queste canzoni, ne fa una collana o meglio una playlist dall’ultima radio libera al mondo, ormai quasi un ideale romantico e ahinoi anacronistico cui è dedicato il disco. Un pretesto, nient’altro che questo. Non si risolve infatti – e del resto non se ne avverte l’intenzione – lo iato tra farraginosità dell’insieme e splendore del frammento. Un disequilibrio a suo modo perfetto, in mezzo al quale sbocciano fiori splendidi come Here Comes the Sun Again (più o meno velato omaggio a George Harrison, voce arrochita e organo a spandere tepore), scorie lancinanti come Four Hours in Washington (il canto preda di un megafono sabbioso, la chitarra indiavolata, l’organo aspro, la batteria cruda) e disincanti senza quartiere come Lullaby + Exile (swing narcotizzato, una chitarrina, il fischiettio, un vago trasporto e la più dolce, irrisolta trepidazione).

Ciò che conferma ancora una volta la statura autoriale di M. Ward, tra i più raffinati e lucidi testimoni di una tradizione che non scorda di passare alla cassa della modernità. Con una incrollabile vocazione ai sogni poco chiassosi. Capaci d’indicarci la via per noi stessi, meglio che possono.

25 Febbraio 2005
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