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Sono passati quattro anni da Human Energy e dalla fascinazione new age/esoterica (ma anche mainstream, con le dovute pinze) che Travis Stewart aka Machinedrum aveva intrapreso. Il ritorno sulle scene dopo quattro anni ha, già dall’estetica e dal titolo, più di una qualche risonanza con un portato positivista: l’immagine dal taglio magico e universale, il titolo nel quale la U maiuscolo sta appunto per Universe. Eppure, e Stewart a questo ci ha abituato, il percorso rispetto al precedente è proseguito. Certo, riguardando anche al passato, ma con le consapevolezze del presente e non con la nostalgia stanca di chi ricerca (solo) porti sicuri. Insomma, alla luce di A View of U, Human Energy assume e consolida i contorni dell’inizio di una metamorfosi cui si aggiunge oggi un nuovo capitolo. 

Il richiamo verso le luci del mainstream rimane, in filigrana, anche lungo la tracklist di questo lavoro. L’apertura di The Relic inaugura il lotto con una dubstep cigolante, ma decisamente catchy, complice la vocalità di Rochelle Jordan, e il lotto di influenze in orbita garage abbraccia a vari livelli tutte le tracce. Quando il Nostro si avvicina all’hip hop in Kane Train il risultato è un morbido beat che mastica ritmi jungle e pitcha le melodie sotto il flow di Frankie Gibbs, uno che il suo lavoro lo sa fare eccome. Questo lato di Machinedrum attratto dall’HH è sicuramente uno dei più divertenti e interessanti delle sue ultime produzioni – vuoi per la centralità odierna del genere, vuoi perché Stewart sa interpretare benissimo pressoché tutto ciò in cui si cimenta. Il feat. con Father in Spin Blocks è forse ancora più contemporaneo ma per certi versi addirittura straniante: bassi gonfi e si veleggia in territori trap. Wait 4 U scorre via come un – ottimo – compitino d’n’b, così come 1000 Miles. Idea 36 ha una certa malinconia vaporwave, Inner Eye è dove si esprime a pieno la fissa new age di Stewart, un anthem plasticoso perfetto per una puntata de I Cavalieri dello Zodiaco (d’altronde la cover l’abbiamo vista). Ur2yung gioca col nome di uno dei padri della psicanalisi, Jung: il suo interesse per l’astrologia o i tarocchi, oltre che per le sue teorie psicoanalitiche, sicuro riferimento per l’ispirazione del disco. 

Non è uno che si muove a caso nel presente che abita, Travis Stewart. Ha ben chiaro il proprio passato – e qui non parliamo di archetipi – e ha ben chiaro quello che fa, anche in questo nuovo disco. Può non piacere, può anche non entusiasmare. Più difficile che deluda: perché Machinedrum non ha – e per sua natura non avrà mai – un seguito idolatrante, ma anche perché le sue produzioni sono sempre sul pezzo, curate e ben studiate. È quel professore preparato e disponibile, forse poco estroverso e geniale, ma sul quale possiamo sempre contare. Anche al netto delle sue stravaganze new age.

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