Recensioni

6.8

Il Machinedrum pre-2011 sembra uno dei tanti, uno destinato a cavalcare all’occorrenza le più svariate correnti elettroniche. Poi, nell’estate di quell’anno, densa di fermenti footwork in seguito alla compilation Bang & Works (Planet Mu), esce Room(s). Un album che – in un decennio che cerca nuovi riferimenti dopo quelli dubstep – riesce a levigare i purismi ghetto dei vari Dj Rashad, Spin, Nate, Diamond, e muoverli verso le suggestioni soul post-James Blake. Due anni più tardi arriva Vapor City, meticcio tra jungle e l’onda di rullanti secchi che torna a popolare i dancefloor inglesi, ricognizioni hip-hop (Friends Of Friends, Fade To Mind) e fascinazioni soul-step (Burial e compagnia). Fenris District è la mossa successiva, e Travis Stewart deve fare i conti con tutta una serie di sguardi, compresi quelli di coloro che hanno capito il suo gioco.

Back Seat Ho e gli altri due inediti sono un ritorno al ghetto di Chicago. Un paradigma che viene sondato in diverse direzioni, vuoi con le bordate sintetiche della traccia d’apertura, vuoi con le ritmiche spezzate di classica 808 e pixel in cascata di marca Zomby (On My Mind). Anche in Neujack, niente di eccessivamente forward-thinking, ma c’è tutta la padronanza di cui Travis Stewart è capace. Poi i due remix. Rustie, che ha avuto un ruolo non secondario nel ritorno trap, sfoltisce Back Seat Ho da tutte le deviazioni post-ghetto e ci restituisce un footwork essenziale. Adrian Sherwood e Pinch rallentano i bpm di Eyesdontlie, singolo dell’anno scorso, e dispensano con perizia le loro maniere ragga-dancehall (il primo) e post-garage (il secondo).

Fenris District è l’esercizio di uno stile certificato. Machinedrum confeziona un EP che viaggia su binari già ampiamente battuti. Lavoro di transizione, ma transizione solida e di sostanza.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette