• Gen
    15
    2008

Album

Nonesuch

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Ineffabile Merritt: anche in questo caso il sibillino e umorale
bostoniano ha lavorato intorno a un’idea concettuale per il nuovo
(l’ottavo) album dei suoi Magnetic Fields. Così come le canzoni d’amore
per l’enciclopedico campionario pop di 69 Love Songs o i titoli delle song per i, ora Stephin ha elaborato una sua idea di suono, o meglio di “rumore provocato”. Di chamber pop noisesi tratta, questa volta, e riuscite ad immaginate il suggestivo pop
orchestrale magnificamente arrangiato, marchio di fabbrica della band,
suonato in voluta distorsione fino a creare un muro stratificato di
feedback? Un risultato assolutamente spiazzante! L’idea è infatti
quella di alterare volutamente il suo ensemble (violoncello, piano,
fisarmonica, chitarra) alla ricerca di un suono alla Psychocandy di Jesus And Mary Chain. E spingendosi così oltre, fino a modificare ogni strumento, tranne batteria e voci.

I wanted to make a record of three-minute pop songs, then they turned into three-minute power-pop songs”. Dichiarazione esemplificativa più di quanto si creda: il power popa cui si riferisce altro non è che il concentrato del suo stile: song
dagli arrangiamenti variegati, melodie come se piovesse, l’usuale gusto
per la pantomima e l’humour, l’imprevedibilità e il senso dell’assurdo.
E a dare una struttura a questa base, un wall of sound di spectoriana memoria ottenuto mandando gli strumenti in feedback, grazie a mini-amplificatori posizionati su ogni superficie.

Ecco allora le melodie “sunnyside” di California Girls (non una cover!) tra Beach Boys psicotici e cantato mediamente Daniel Johnston ricoperte di onde di suono, e mentre intanto ci torna alla memoria la magnifica burla loureediana di Metal Machine Music,
irrompono fragorosamente in successione una parata di pop songs sbilenche e psicotiche il giusto, ora cantate in un mood da crooner semiserio (Old Fools, Mr Mistletoe), ora da dandy dark qual è (pur) sempre il Nostro (Xavier Says). Alla voce gli fa da contraltare Silvia Simms, ripescata dai tempi delle 69 canzoni d’amore.
E proprio la voce, non a caso rimasta comprensibile in mezzo alle “distorsioni” è stata in alcuni casi lavorata, giocando sulle
sovraincisioni, a creare un suggestivo effetto eco, come all’inizio del melodico (nonostante tutto) uptempo in acido che risponde al titolo di Too Drunk To Dream.

E se intanto, in mezzo a tutto ciò, ci si sta chiedendo a che gioco si
stia giocando, nessun dubbio: il tasso di parodia e burla insita
nell’opera è sì alto, ma non senza un mood di autenticità e serietà a
cui Merritt sembra credere, nonostante tutto. Come d’altra parte è
significativo il senso del dramma insito da sempre nelle sue love
songs, semiserie ma vere. Di sicuro non gli difetta il senso della
rappresentazione del sé, esplicata di volta in volta con vesti
differenti, il nucleo tematico cioè del suo essere artista. Che ci
piace soprattutto per questo. Il genio continua ad abitare qui.

2 Marzo 2008
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