• Mag
    27
    2013

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Matador

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Su Majical Cloudz siamo arrivati – con colpevole ritardo – soltanto lo scorso anno e soltanto grazie aNightmusic, traccia #11 del Visions di Grimes per la quale il nostro ha scritto la linea di synth. Abbiamo poi scoperto, vagliando tutta la serie di interviste rilasciate da Claire Boucher in corso di 2012, che Devon Welsh – titolare del progetto e figlio del Kenneth Welsh di Twin Peaks – è in realtà proprio chi l’ha introdotta al far musica con GarageBand.

Eppure, nonostante il ruolo propulsivo appena delineato, la proposta di Majical Cloudz è non solo ben lungi dall’essere analoga a quella di Grimes, ma persino anomala all’interno della nuova scena a base Montréal. O meglio: Welsh è rimasto legato al situazionismo cittadino fino al precedente LP del 2011,II, che lo vedeva mugugnare sotto svariati livelli di droni sintetici (un po’ come il Born Gold di Little Sleepwalker, ma anche come un Doldrums mid-tempo). Viceversa, nell’incarnazione inaugurata dalTurns Turns Turns EP (2012) e proseguita in questo Impersonator, non vi è più alcun interesse nel buttare il layer aggiunto – leggi: di tutto – nel mix e tantomeno nel far magari un mischione di generi (pratica comune tra gli act del sopracitato centro canadese). L’obiettivo è, anzi, quello opposto: focalizzarsi totalmente sulla singola idea, comunicare il più possibile utilizzando il meno possibile.

Ecco quindi che le componenti soniche dei brani si riducono a pozze ambientali praticamente immobili, fatte di quattro-note-quattro di piano, synth od organo, lievissimi arpeggi di corde, vocal samples sparsi e percussioni come eccezione. Le controlla il programmatore di sintetizzatori e compagno d’avventura Matthew Otto, in una ricerca (riuscita) volta alla valorizzazione delle ripetizioni e dello spazio come veicoli per l’inglobamento dell’ascoltatore.

Contrapposto a tutto questo amorfo, glaciale minimalismo sullo sfondo, dunque, il fulcro caldo del disco non può che diventare la voce baritonale di Welsh, qui a situarsi tra quelle di Tom Smith degli Editors e Chris Martin dei Coldplay, là dalle parti di un Dave Gahan striato Autre Ne Veut o ancora di un Nick Cave improvvisamente vulnerabile, comunque sempre splendida.

Tanto basta, anche perché i testi – personalissimi, confessionali, tra amore, morte e fragilità d’artista – sono costruiti attorno a frasi ad effetto (“The cheesiest songs all end with a smile / This won’t end with a smile, my love”, da Bugs Don’t Buzz“Hey man, sooner or later you’ll be dead”, da Notebook) che non fanno altro che amplificare – per razionalizzazione – la potenza della delivery. Tanto basta a candidare Impersonator a disco più emozionale ed emozionante dell’anno, controparte di ciò che è stato il Put Your Back N2 It di Perfume Genius per il 2012. E se lanciarsi in un track-by-track per un lavoro dallo scorrere tanto omogeneo non avrebbe alcun senso, possiamo comunque indicare un paio di apici per intensità: Childhood’s End e la già citata Bugs Don’t Buzz.

3 Giugno 2013
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