• mag
    04
    2015

Album

International Anthem

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Spunta come un fungo praticamente dal nulla – o dal troppo dell’universo musicale 2.0 – questo Makaya McCraven. In realtà non proprio, dato che ha pedigree – il padre Stephen fu batterista del giro free con Archie Sheep e altri – e pure una certa notorietà nel giro jazz più irregolare della natia Chicago. Per lo meno una capacità aggregativa notevole, dato che alla base di questo fluviale lavoro c’è un percorso insieme individuale e collettivo che McCraven ha assemblato lungo un intero anno in cui ha tenuto una residenza in un club della Windy City, il Bedford. Dapprima in trio – McCraven alla batteria, Matt Ulery al basso e Marquis Hill alla tromba – poi con un numero sempre crescente di ospiti tirati dentro dal rispetto e dalla credibilità del batterista (il bassista Junius Paul, il vibrafonista  Justin “Justefan” Thomas, il chitarrista Jeff Parker e molti altri ancora), McCraven ha tenuto improvvisazioni per 28 serate spalmate lungo un intero anno, da cui ha poi estratto 48 ore di registrazioni.

Una mole di testimonianze sonore poi sottoposta dallo stesso batterista a un processo di minuziosa rielaborazione, fatta di tagli e selezione, riassemblamenti e remix, da cui nasce questo In The Moment, già dal titolo testimonianza dell’ossimorica natura delle musiche in esso contenute. Musiche nate dall’immediatezza dei live improvvisati nel locale, eppure compatibili con una fruizione casalinga, individuale, intrattenimento intellettuale e complesso nelle sue ricercate (de)strutturazioni e pure ricerca e sperimentazione sanguigna, materica, ibridata. Jazz in ambito free, da intendersi in senso etimologicamente primigenio, flow afono di matrice hip-hop, tutto groove e circolarità di frasi, reso ciclico e ancor più corposo dal taglia e cuci dell’autore nei suoi interventi in post-produzione, che rilassa e distende ma nello stesso tempo incuriosisce per la stratificazione dei suoni e le elaborazioni (in)formali. La presenza di Jeff Parker, in particolare, ma anche degli altri ospiti, la dice lunga sulle velleità ricombinatorie di McCraven e sulle sue capacità di (semi)“conduction”, che portano questa musica (autodefinita “organic beat music”) e questo disco a infilarsi nel percorso trentennale di innovazione e ibridazione tra il jazz libero, l’hip-hop, il dopo-rock e quant’altro.

5 Giugno 2015
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