• Giu
    01
    2005

Album

Chemikal Underground Records

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Non pago di scandagliare scientificamente le patologie più oscure
dell’anima insieme agli Arab Strap, Malcom Middleton ha felicemente
intrapreso già da qualche tempo (5:14 Fluoxytine Seagull Alcohol John Nicotine, 2002) una carriera in proprio, complice l’immancabile – quando si parla di musica made in Glasgow – Chemikal Underground. Allo stesso modo del sodale Aidan Moffat e il suo progetto folktronico Lucky Pierre (anche
se con risultati ben differenti), il chitarrista scozzese si reinventa
songwriter, dedicandosi all’esplorazione dell’universo pop in ogni sua
sfaccettatura. Con lo zampino dei soliti noti (gli ormai ex-Delgados Paul Savage e Alan Barr, Stuart Braithwaite e Barry Burns dei Mogwai e Jenny Reeve dei Reindeer Section) e Pacific Ocean Bluedi Dennis Wilson nel cuore, Middleton stempera le morbose atmosfere del
gruppo madre cimentandosi nei territori talvolta impervi della canzone,
e il rischio di perdere la bussola si fa più di una volta concreto.

L’impressione che si ha ascoltando questo Into The Woodsè proprio quella di un vagabondare tra le soluzioni stilistiche più
disparate alla ricerca di una formula vincente (dalla murder ballad
Cave-iana di Devastation al synth pop di No Modest Bear, dallo shoegaze in pieno stile My Bloody Valentine di Loneliness Shines all’electro-pop di Bear With Me),
di sperimentare diversi approcci alla materia nella speranza di trovare
quello giusto (ora acustico, ora elettrico, ora minimal, ora più
prodotto), salvo poi approdare in porti più familiari (specie
nell’ultima metà del disco, una versione “soft” degli Arab Strap).
Malcom ha sicuramente buon gusto negli arrangiamenti e un discreto
talento come compositore, e le dodici canzoni comunque scorrono via che
è un piacere, riservando momenti davvero gustosi come l’iniziale Break My Heart, scanzonato poppettino orchestrale à la Belle & Sebastian, o il folk drake-iano venato di celtico di Monday Night Nothing. Il punto però è un altro: Into The Woodssomiglia più a un compendio degli ascolti preferiti del rosso
chitarrista che a un disco vero e proprio. Quello che manca è un centro
focale, una cifra stilistica riconoscibile, un “segno particolare” (che
non sia soltanto il marcatissimo accento di Glasgow con cui il nostro
intona le sue confessioni, in barba ad ogni omologazione da BBC).
Vorremmo tanto annunciare al mondo la nascita di un nuovo talento
folk-pop scozzese, ma – ancora – non possiamo. Peccato. Accontentiamoci
– anche stavolta – di un bel dischetto, e niente più.

12 Giugno 2005
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