Recensioni

7.5

Ricostruzione di storia, sensazioni, eventi, immagini e dichiarazioni dei protagonisti di uno dei non-movimenti che maggiormente ha scosso e rivoluzionato le sicurezze stantie del rock’n’roll.

Can one record create an entire movement? According to legend, No New York did”. Così inizia il nuovo libro di Marc Masters: il giornalista anglofono (scrive su Wire, Pitchfork, The Village Voice e altri) tenta di ricostruire la storia, le sensazioni, gli eventi, le immagini e le dichiarazioni dei protagonisti di uno dei non-movimenti (per definizione!) che maggiormente ha scosso e rivoluzionato le sicurezze stantie del rock’n’roll.

Oggi più che mai, data la ristampa della compilation “madre” e la cura maniacale di label come Soul Jazz o Ze Records nel recupero di dischi caduti nel dimenticatoio, la storia è nota un po’ a tutti: dopo il crollo delle star di cartapesta del punk, New York si trova a fronteggiare una crisi in ambito musicale. Il “Do It Yourself” sembra avere i giorni contati, ma un angelo bianco (Brian Eno) riesce a far emergere dal sottosuolo quattro nuovi gruppi da cui tutto inizierà ancora: The Contorsions, Teenage Jesus and the Jerks, MARS e DNA. La compilation No New York su Island (1978) è la scintilla che riporta in questione qualsiasi forma artistica (compresa la musica) e che dà aria nuova a una generazione di cui siamo inconsapevolmente imbevuti oggi.
Il libro passa in rassegna tutta la storia del periodo “No”: le connessioni iniziali con gli artisti coevi, sottolineando – sempre con citazioni illuminanti da interviste dei diretti interessati – il rapporto artistico che i giovani campioncini avevano con i Suicide (“The godfather of No Wave was Alan Vega”, parola di Glenn Branca) o con l’altro grande padrino Richard Hell. Si passa poi all’analisi dei percorsi di vita artistica dei singoli protagonisti: Lydia Lunch, James Chance, Robin Crutchfield (bello l’inserto sul progetto Dark Day), Ikue Mori, Arto Lindsay, Glenn Branca, uno dei grandi esclusi dall’ellepi manifesto, e Rhys Chatham, tanto per citarne alcuni. Dopo la musica pure il cinema. Il quinto capitolo è interamente dedicato alle produzioni della settima arte, che, ispirate alle estetiche di Andy Warhol e di Stan Brakhage o alla Nouvelle Vague francese, offriranno la possibilità a registi come Amos Poe, Eric Mitchell, James Nares, Vivienne Dick o la coppia Scott e Beth B. di sperimentare la loro visionarietà proprio grazie ai musicisti delle band della Grande Mela: molte volte questi erano infatti gli attori principali nei film dei giovani registi. Se i nomi vi sono sconosciuti, dalla “comune” filmica sono usciti anche (dopo il 1982) personaggi del calibro di Jim Jarmusch, Steve Buscemi e Vincent Gallo.  Per concludere, si passa alla seconda generazione che segna la fine della non-epoca: gli Swans di Michael Gira, i Sonic Youth, le ESG, i Live Skull e molti altri che tra jazz, sperimentazioni, rock, metal e altre forme musicali hanno saputo mescolare e rinnovare l’attitudine verso la composizione rock: da musica per ballare e divertirsi a ricerca sul suono, dal palco alle mostre d’arte. Si conclude così un libro di ricostruzione -alle volte anche troppo minuziosa e in alcuni punti dispersiva – dei personaggi, dei dischi e degli eventi che hanno segnato la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta sulla costa est americana.

Se il capitolo sulla No Wave di Reynolds (nella sua storia del post-punk Rip It Up and Start Again) non vi aveva convinto per la sua forzata limitatezza, se vi manca il disorientamento/libertà del dopo ‘77, se volete leggere le dichiarazioni dei protagonisti di uno dei momenti più importanti della cultura underground americana (e non solo) o se siete solo curiosi, iniziate a leggere e a guardare il nuovo libro di Masters (un merito particolare all’autore per aver scovato foto eccellenti dei protagonisti, delle fanzines e dei manifesti dell’epoca). Per ora solo in inglese.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette