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C’era una certa attesa intorno all’uscita in sala di Un’avventura, opera seconda di Marco Danieli, per svariate ragioni. Prima di tutto, perché conferma il trend di questi anni di provare a guardare al di là della comoda finestrella della commedia, con prodotti dotati di personalità e soprattutto configurati all’interno di un genere preciso, come la crime-comedy di Non ci resta che il crimine, il fantasy di La befana vien di notte o il più recente epic-movie de Il primo re. Il musical in Italia era tornato a godere di una certa popolarità, specialmente dopo le ultime due prove dei Manetti Bros. con Song ‘e Napule e Ammore e malavita, di cui il film di Danieli recupera Pivio e Aldo De Scalzi alla colonna sonora e al ri-arrangiamento dei brani della celebre coppia Battisti-Mogol. Sì, perché un altro degli elementi di maggior interesse verso la pellicola era proprio la presenza di quelle canzoni che hanno contribuito a segnare l’immaginario romantico degli anni Sessanta e Settanta italiano, nonché la prima volta per le opere Lucio Battisti al cinema dai tempi de Il grande Blek del 1987, diretto da Giuseppe Piccioni (unico film per cui Battisti abbia mai concesso i diritti delle sue composizioni). Tutta questa serie di attese è stata tradita, tuttavia, da un prodotto costruito terribilmente a tavolino, snocciolando la lunga sfilza di canzoni celebri per incastrare una trama superficiale e risibile, prevedibile e più che banale, ovvero aggrappandosi a tutto ciò che quelle canzoni non erano e non sono mai state.

Intitolato come l’omonima canzone del 1969 (uscita insieme al Lato B Non è Francesca dal quale viene ripreso l’ovvio nome della protagonista), Un’avventura nega fin dalle battute iniziali agli spettatori il potersi affezionare ai due personaggi principali, presentandoli già al primo bivio della loro “tormentata” storia d’amore, alla prima separazione, con uno spento Michele Riondino intento a decantare la sua depressione – attraverso l’esecuzione monocorde di Io vivrò (senza te). Il suo guardare direttamente in macchina, così, appare del tutto ingiustificato, se non addirittura pretestuoso, specialmente in un punto della storia, l’incipit, in cui lo spettatore non sa assolutamente nulla di quello che ha davanti, e a cui è stato negato (in una mossa drammaturgica più velleitaria che coraggiosa) l’accesso alla fase dell’innamoramento, fondamentale per costruire qualsiasi solida struttura empatica. Con il passare dei minuti appare evidente che il modello di riferimento per questo tipo di operazione commerciale (il film esce esattamente nel giorno di San Valentino, riducendo il campo di sguardo alla confezione, più che al contenuto dei brani che si vorrebbe omaggiare) è Across the Universe, musical di Julie Taymor, la quale prendeva le canzoni dei Beatles per costruire un mondo di suggestioni, spinte rivoluzionarie e libertà sessuale sullo sfondo di un contesto storico denso e variegato. In Un’avventura il contesto storico è tristemente riposto in un cassetto; ad esso viene preferito uno scenario saturo di cliché, stereotipi culturali, coreografie raffazzonate e oltre il ridicolo involontario, incapaci di sopperire allo scarso immaginario cinematografico applicato alla struttura narrativa (un vento che prorompe in una stanza per far partire la canzone Il vento, una pioggia battente per Acqua azzurra, acqua chiara, una discoteca al centro di Dieci ragazze).

La storia, appunto, è la grande assente dal film: la sceneggiatura di Isabella Aguilar (Dieci inverni, The Place, la serie Baby) cerca in tutti i modi di convincerci che il personaggio di Francesca (Luara Chiatti) è una donna moderna, emancipata, a suo modo rivoluzionaria per l’epoca, ma soffre di assenza di contraddittorio, ovvero di una mancanza evidente di ostacoli nel suo cammino, se non fosse per una noia della routine quotidiana suggerita ma mai veramente mostrata (in pochi stacchi di montaggio si passa dal matrimonio con Matteo a qualche anno dopo con la coppia in crisi) e si accontenta di utilizzare lo stereotipo dell’adulterio tramite il personaggio bidimensionale di Linda (che rovescerà la morale essenziale di Balla Linda).

Se, dunque, le canzoni non servono a impreziosire un buon racconto, ma è quest’ultimo che arranca nella speranza di essere rinvigorito e reso credibile dal lavoro della coppia Battisti/Mogol, allora quello che abbiamo di fronte agli occhi non può essere etichettato nemmeno come musical, ma ridotto alla stregua di un musicarello. E non serve ricordare perché il musicarello come sottogenere si è estinto più di quarant’anni fa.

15 Febbraio 2019
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