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7.0

Primo disco per il trio guidato da Maria Faust, alto-sassofonista residente a Copenaghen. Pubblicato dall’etichetta danese Gotta Let It Out, Farm Fresh ha l’effetto di una violenta martellata sul cranio se messo a confronto con le sinfonie orchestrali che, negli ultimi due anni, hanno valso alla musicista e compositrice estone prestigiose nomination, premi e riconoscimenti. La Faust è solita operare in formazioni allargate, ensemble e orchestre che con un trio del genere, in cui il sassofono dialoga con una base ritmica aggressiva e dirompente, hanno ben poco da spartire. Basti scrivere in grassetto i nomi con cui abbiamo a che fare: Tim Dahl al basso elettrico e Weasel Walter alla batteria. Gente che non le manda certo a dire, abituata ai crossover tra musiche estreme di vario tipo.

Registrate a Brooklyn negli studi di Jason LaFarge, le dieci composizioni di Farm Fresh, tutte scritte e arrangiate dalla stessa Maria Faust, si presentano come un possibile punto d’incontro tra la tradizione musicale (post) sovietica e le più diverse configurazioni occidentali a cavallo tra free jazz, no-wave e un pizzico di metallo pesante. E quando il comunicato stampa parla di influenze folk, siamo sicuri faccia riferimento all’infanzia e alla formazione della sassofonista classe 1979, che di sé, infatti, dice: «I am a child of communism! I did not swing. I marched!». Quasi a sottolineare il carattere ambiguo del suo percorso e della sua musica, sempre dentro e fuori dai canoni del jazz anche meno ortodosso.

Ma “ortodossia” resta un termine privo di significato per dei musicisti di tal fatta, così poco inclini agli steccati e per l’occasione alle prese con soluzioni intricate e cervellotiche, tra i bollori di una furia che non è facile tenere a bada e i meno frequenti attimi di tregua. Micidiale è l’accoppiata di brani che apre il disco, settandone i toni e mettendo subito in evidenza alcuni punti fermi: la bipolarità del sassofono, qui spigoloso e leggermente fuori tono alla maniera di un Tim Berne, lì più rilassato; il basso elettrico di Tim Dahl, in preda ad effetti che ne ingigantiscono le frequenze o lo rendono più simile a una chitarra elettrica distorta, esagitata e lancinante; e poi la batteria di Weasel Walter, scalmanato e su di giri, dedito a fughe paranoiche in forma di vituperanti accenni di blastbeat. 

Non solo i fedelissimi di John Zorn ma, paradossalmente, anche chi ascolta i derivati ibridi di certo metal estremo avrà di che godere con Farm Fresh: ad esempio nel quasi jazzcore di Helvede Sild, oppure – perché no? – nel rock and roll marcio di Virgin Lands. E oltre alle parentesi improvvisate non mancano un buon numero di intuizioni melodiche azzeccate. Sempre con una punta di veleno, però, e con cadenze che ricordano vagamente il miglior John Lurie, altezza Lounge Lizards: jazz e no-wave si incrociano al solito vecchio angolo di New York. Ma, significativamente, è quando il sassofono rallenta su toni tra il querulo e l’abbattuto, o cita inni e brevi passi da marching band sovietica, che scorgiamo nitido il profilo dell’universo culturale in cui Maria Faust è cresciuta. Ovviamente al netto del rigore imposto dal regime comunista, per il quale – leggiamo nella sua bio – «Mozart doveva suonare come Mozart e Bach come Bach».

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