Live Report

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Marissa Nadler si presenta sul palco dell’Hana-Bi incorniciata dai suoi lunghi capelli neri e vestita con abito nero, stivali neri e smalto nero. Nulla è a caso, vista anche l’estetica b/n e le atmosfere oscure dell’ultimo disco July, nemmeno il faretto verdognolo fisso che la illumina senza rivelare troppo. Del resto la musicista di Washington potrebbe fare le veci di una Joan Baez goticheggiante, perennemente sul ciglio di un folk ordinario che si lancia nello straordinario, tra storie ombrose e una voce ammaliatrice oltre ogni previsione. Ad accompagnarla, in questa data ravennate, c’è la violoncellista/tastierista Janel Leppin, una che, come scopriremo durante il concerto, ricopre un ruolo tutt’altro che secondario nelle geometrie del suono. E lei, infatti, la responsabile in sede live di quelle seconde voci impalpabili e ectoplasmatiche che hanno segnato soprattutto l’ultimo disco della Nadler (album da cui verranno tratti quasi tutti i brani del set), oltre a garantire agli arpeggi acustici di Marissa il giusto spessore e contrappunto.

Sta tutto qui il concerto, in una sinergia impeccabile, minimale, che riesce a creare un flusso musicale a suo modo magnetico, nonostante le premesse non differiscano più di tanto da altri set sul genere visti in passato (ci viene in mente, ad esempio, una Josephine Foster). Eppure la musica della Nadler, caratterizzata da una formula che a prima vista non brilla per varietà di stili né per particolari virtuosismi (sei o dodici corde acustica, un cantato etereo, una sovrastruttura strumentale quasi ambientale), scandaglia le infinite sfumature di un timbro che sembra sussurrare di porte chiuse a chiave e rumori nella notte, con una grazia e un’intensità davvero uniche. Una malinconia da New England in autunno, un’inquietudine da narrativa di Bierce, Hawthorne o Le Fanu, cartina di tornasole per una timidezza evidente soprattutto quando la musicista mette da parte la chitarra per concentrarsi esclusivamente sul microfono.

Non serve la cronaca, in questo caso, quanto piuttosto un sunto di sensazioni, un avanzo di visioni personali. Del resto è la stessa Nadler a scegliere il livello su cui confrontarsi col pubblico, rinchiudendo quest’ultimo in una bolla empatica costruita sulle pause, su una riservatezza che non è solo sceneggiatura e su un “sustain” del cantato pulito e sussurrato. Ricetta semplice ma efficace (più o meno come lo era quella propagandata dai primi Black Heart Procession, capace di indagare, paradossalmente, un immaginario analogo) che, assieme a un pacchetto di grandi canzoni, fa di questo concerto uno dei set migliori visti quest’anno.

29 Settembre 2014
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