• Ago
    01
    2004

Album

Beggars Banquet

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Somiglia sempre più ad un percorso di incenerimento e rinascita, la vicenda artistica e umana di Mark Lanegan. Il modo in cui Bubblegum ce lo propone artista a tutto tondo, disinvolto e versatile, capace di disimpegnarsi senza timori tra ombre e luci, tra “lieve” e “pesante”, fa capire quanto il Nostro sia riuscito a scendere a patti coi propri fantasmi, a ricucire le ferite. Perché Mark era più morto che vivo, è bene non scordarlo, quando devastava la propria sorprendente vena folk-blues nei primi lavori da solista. Poi, una teoria di svolte defilate, di capolavori a luci basse, un risciacquarsi l’anima nelle urne apparecchiate da vecchi dimenticati eroi del folk blues. Un dialogare coi morti fecondo e nutritivo, che deve averlo convinto di non appartenere (non ancora) a quella gloriosa ma decisamente sfortunata categoria. Field Songs sembrò a molti l’ennesima tappa di quel percorso, ne era invece il compimento, e perciò un capolavoro.

In quest’ottica, Bubblegum è il disco di chi sa di potersi permettere la propria cosa, è la rinascita del blues non più come catarsi bensì come forza vitalistica, come attaccamento alla pellaccia (“Rolling, just keep on rolling/ I don’t want to leave this heaven so soon“, Metamphetamine Blues). Non più fantasmi quindi a fargli compagnia, ma comprimari di primo piano, a lui affini anche se non necessariamente; era così del resto già col Songs For The Deaf dei QOTSA, cui Lanegan regalava – non a caso – gli episodi più memorabili. Non stupiscano quindi i nomi di PJ HarveyDean WeenGreg DulliDuff McKagan e Izzy Stradlin (ex Guns and Roses, ora nei Velvet Revolver), una parata che fa ad un tempo entusiasmare e storcere il naso, suggerendo un effetto compilation autocelebrativa.

Però il buon Mark ha spalle ben larghe, il suo segno è caratterizzante come pochi, e al suo fusto quindi gli ospiti si avvinghiano come animaletti devoti, senza adulterare la grana delle emozioni. Bubblegum è infatti un disco dinamico e variegato, con i diversi umori in orbita stretta attorno alla fibra tenebrosa del padrone di casa. Persino quando un pezzo come Can’t Come Down accenna un ipercinetico bailamme country-cyber-punk sembra di stare lì, a due passi da una frenesia notturna di Mark. O come quando il boogie di Sideways In Reverse accenna piacevoli (e un po’ piacione) deviazioni hard. O come in quella Driving Death Valley Blues che col suo boogie techno-hard scomoda nientemeno gli impagabili ZZ Top. C’è la sua voce, la sua impellenza, la sua ombra senza requie, e tanto basta.

E’ quindi chiaro che la combinazione con la signorina Harvey risulta alquanto azzeccata, entrambi alle prese con la loro condizione di star alle prese coi propri irrisolti (e benedetti) dissidi: Come To Me è ha l’aria di un folk-blues malsano, si consuma languido e pulsante, tra sussurri avvinghiati e slide miagolanti, ronzii sintetici e improvvise piene del cuore, mentre Hit The City – con la sua disarmante semplicità strutturale, riff di basso e chitarre più bordone luminescente d’organo – mette a frutto l’indimenticabile esperienza delle Desert Sessions.

C’è poi naturalmente il Mark in fregola arcaica, quello dei gospel country pervasi di tragedia come nella lancinante Like Little Willie John(acustiche frastagliate, organo, una stupenda ripartenza con arpeggio raddoppiato) o nella solennità quasi manieristica di Strange Religion; ma, saggiamente, questo aspetto si stempera nelle ballate à la Cave di Morning Glory Wine e One Hundred Days, forse un po’ troppo compiaciute ma senz’altro funzionali a far respirare il programma.

E c’è quella storta tensione modernista che fa coincidere paso doble, vaudeville e R’n’B in Wedding Dress e grugniti industriali con efferatezze blues in Head e nella già nota Methamphetamine Blues (la più granitica del lotto), muovendosi come un Tom Waits mefistofelico, saltimbanco e alligatore. E c’è quell’intimità scorticata a crudo, la voce come sale sulle ferite, come nell’iniziale When Your Number Isn’t Up(farragini di soul antico, organo e drum machine) e nella breve, diafana, caracollante Bombed.

Insomma, proprio il Lanegan che c’era da attendersi, in agguato oltre il guado. Una voce, innanzitutto, che ha imparato a cavalcare se stessa. Spina dorsale e testa d’ariete della più autorevole personalità rock di questi anni.

16 Gennaio 2013
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