• Ott
    20
    2014

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Heavenly

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Arrivato al giro di boa dei cinquant’anni, Mark Lanegan continua ad essere una delle figure musicali più imprescindibili dei nostri tempi. Di questo abbiamo più volte parlato, sempre sottolineando come la sua musica sia stata in grado di attraversare indenne tre decenni, e di come lui stesso abbia saputo reinventarsi ad ogni uscita, regalandoci ottimi dischi e pure veri e propri monumenti di rock alternativo (ma non solo). Ad oggi, dunque, possiamo dire che il Nostro è definitivamente entrato a far parte dell’empireo dei grandi, ed è comprensibile come ogni nuovo lavoro generi una forte carica di aspettative: Phantom Radio, l’ultimo disco della sua carriera (e il terzo con la Mark Lanegan Band) si colloca precisamente in quest’ottica, ponendo alcuni interrogativi e domande utili per capire chi sia Mark Lanegan oggi, e quale sia il suo status nel panorama attuale.

Diciamolo subito: Phantom Radio è il disco più debole dell’intero catalogo laneganiano. Non perché si tratti di brutto disco, ma perché si colloca ben al di sotto dello standard a cui siamo abituati, in primo luogo rispetto a quella deriva wave/electro cominciata tre anni fa con Blues Funeral e proseguita poi con l’ottimo EP No Bells On Sunday, pubblicato giusto un paio di mesi fa. Proprio No Bells On Sunday aveva lasciato presagire l’eccezionale capacità del nuovo Lanegan nel declinare il cantautorato fumoso e perturbante di sempre verso le fascinazioni elettroniche e dei synth, regalandoci quei brani ammalianti e immediatamente riconoscibili che costituiscono l’essenza della sua ultima discografia. Un ottimo inizio che però in questo disco non ha portato ai risultati sperati, almeno per chi scrive: nonostante la buona qualità dei singoli brani, il limite dell’album è infatti la sua poca coesione, ovvero un mix di generi che pescano tanto dalla solita tradizione folk/blues americana, quanto da stratificazioni cibernetiche, così come da richiami black e gospel. Una varietà che, è bene ricordarlo, in passato è stata in grado di offrire capolavori quali Bubblegum – l’intro industrial di Methamphetamine Blues, la sensualità sospesa di Wedding Dress e Come To Me – e le nuove, interessanti direzioni del già citato Blues Funeral, ma che in Phantom Radio appare più come un ripescaggio casuale. A dimostrarlo, è appunto il grande spettro di stili che si concretizza ora nel gothic/traditional di Harvest Home, ora nel paradigma eighties di Floor On The Ocean, a cui fanno da contrappunto i synth plastici di The Killing Season e il pop beatlesiano di Torn Red Heart, quest’ultimo uno degli episodi più riusciti e atipici del repertorio di Lanegan. Il resto si muove nei territori dark-folk apocalittici di I Am The Wolf e Judgement Time, entrambe portatrici di quella simbologia biblica ed esoterica che ha caratterizzato il songwriting dell’ex Screaming Trees fin dagli esordi.

A fine ascolto si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una nuova fase, quella dello stacanovismo: negli ultimi tre anni il Nostro ha riportato in auge la sua carriera solista pubblicando ben tre album a suo nome, oltre alle solite partnership con musicisti più o meno illustri, facendo pensare a un’insolita vena prolifica di cui quest’ultima prova è la conferma diretta. Phantom Radio però non convince fino in fondo per diversi motivi, uno su tutti la mancanza di quello che il nostro Stefano Solventi ha magistralmente definito come l’ “imponderabile laneganiano”: in altre parole, la capacità di scrivere canzoni in grado di strapparti l’anima, di mettere a nudo l’ascoltatore attraverso le profondità oscure di quella voce, imprimendola come un cazzotto sullo stomaco – o come una carezza – nelle orecchie e nel cuore. Phantom Radio, pur essendo un album discreto nel senso più stretto del termine, è dunque il primo in cui Lanegan mette del tutto da parte l’imponderabile, concentrandosi più su quelle che saranno le direzioni sonore del futuro, piuttosto che sui palpiti cantautorali di cui è uno degli ultimi grandi maestri.

Conclusa dunque la dialettica di riscatto e tributo tra passato e presente, Mark Lanegan adesso ha voglia di mettersi in gioco con altre modalità, e – forse – non possiamo neppure dargli torto, vista la girandola di vette altissime a cui, in trent’anni, ci ha abituati.

18 Ottobre 2014
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