• Gen
    01
    1998

Classic

Sub Pop

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Scraps at Midnight, terzo disco di Mark Lanegan, è probabilmente anche il più debole del suo intero catalogo; tuttavia segna un passaggio importante in direzione di ciò che sarà il suo fare musica. E’ come se il cantautore desertico tornasse a vedere la luce della consapevolezza, in una rinnovata lucidità che gli porta in dote forme più salde in direzione di una poetica finalmente definita. D’ora in poi, la ruvidezza dei primi due album sarà solo un ricordo che affiorerà di tanto in tanto.

In poche parole, Lanegan inizia a tendere verso la classicità, scorge il potenziale espressivo della forma canzone come è stata tracciata da autori come Fred Neil, Nick Drake, Tim Buckley, Roy Harper, Tim Hardin e via discorrendo. Un processo piuttosto simile a quello già compiuto da Nick Cave ai tempi dell’imprevedibile e stupefacente capolavoro The Good Son. Per i fan degli alberi urlanti – così come fu per quelli dei semi cattivi – è una specie di coltellata, però Mark non ci bada: ha ormai chiara la propria parabola, sa che deve percorrerla fino in fondo, sa quanto sia necessario. Scrollato quindi dalle spalle il fantasma etilico del tempestoso Whiskey For The Holy Ghost, predecessore scomodissimo e difficilmente eguagliabile, il Nostro s’imbarca in questa promenade notturna lungo dieci stanze poco illuminate e biecamente frequentate.

Ecco dunque il caracollare folk blues di Wheels, come una corrente calda e frastagliata da quella finestra che hai scordato di chiudere (ospite J. Mascis a spargere gocce di piano, mentre Mike Stinette si occupa di un sardonico sax), ed ecco il valzer immalinconito di Bell Black Ocean (il piano e la slide divaricano spazi in cui si razzolano adagia la flemma cavernosa di Mark), ed ecco ancora il jazz-blues bradicardico di Praying Ground (tra sbuffi cupi di spazzole e accenni melodici in dolceamaro dissolvimento).

Chiaro che certi passaggi possano sembrare eccessivamente “abboccati”, il rischio c’era e valeva la pena d’essere corso: suona infatti quasi a disagio tanta voce al servizio della faciloneria mid tempo di Stay, con quel bordoncino d’harmonium, quel crescendo scontato ed il prevedibile assolo in chiusura; allo stesso modo, Hotel gioca con l’auto indulgenza percorrendo sentieri sì perigliosi ma assai simili a quelli già calpestati, e non stupisce che sotto la sabbia spunti una liscia regolarità d’asfalto.

Non bisogna però fare l’errore di prendere sottogamba anche il gentile indolenzimento di Last One In The World, col suo incedere country rock lungo gli ultimi barbagli del tramonto: a parte la gradevolezza dell’insieme, trattasi del più netto e convincente tentativo di Mark il duro di strapparsi qualche lacera maschera dal volto, scoprendo brandelli di pelle viva e lineamenti aggiornati; proprio come Day And Night cosparge un’armonica solitaria (la suona Terry Yohn) sulle ferite di un’anima devastata dalla notte, che ha solo ormai la forza di mormorare le proprie sconfitte. A questo punto il processo appare irreversibile, tanto che la conclusiva Because Of This può permettersi di rivangare l’antica baldanza lungo torridi sentieri di rabbia inacidita: la ruvidità e i riverberi, l’organo puntuto, il mellotron e il wah wah, percussioni e pennate a dettare i collassi del ritmo, e di nuovo quell’urlo che si consuma interno, esplosione incompiuta nella trance incombusta, alla ricerca dell’ultima liberazione.

Con questo disco Lanegan stringe l’inquadratura, avvicina il microfono al cuore per cogliere quei battiti che stanno a cavallo tra il silenzio e il sussurro, l’altro lato dell’urlo di chi vuol sentirsi vivo. E’ il nuovo Lanegan, è un altro Lanegan, sempre lo stesso in mutazione, perché di nuovo in sella al convoglio dei vivi. Non ancora a fuoco, ma già subdolamente incendiario. Avviato su una strada scomoda ma più certa, finalmente segnata sulle mappe. Sappiamo dove ci porterà

1 Gennaio 2003
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