• apr
    26
    1996

Classic

Consorzio Produttori Indipendenti

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Il viatico della tanto sospirata musica italiana, leggera o meno, è lastricato di album, frammenti, singoli di successo, meteore, divertissement e altro, che a livello di testi raccontano storie; storie in cui vivono e convivono personaggi bizzarri – così, a caso, girando la ruota della memoria, per vedere dove si ferma: Gianna di Rino Gaetano, Paolo Pa, del Banco del Mutuo Soccorso, o anche La donna cannone di De Gregori. Mi vengono in mente interpreti, a loro volta bizzarri, che hanno costituito interi album attorno a storie, che sempre con quei personaggi strambi e con le loro vicende, più o meno grottesche, hanno a che fare: il Lucio Dalla di Com’è profondo il mare, o ancor più la Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè, vero e proprio “concept”. Ma non bisogna andare a scavare così a fondo e così a ritroso nel tempo per trovare storie convincenti e coinvolgenti, che possano anche fotografare con una certa crudezza e realtà il periodo in cui queste opere furono realizzate.

Una di queste è un disco di vent’anni fa, tondi tondi, che non è di certo annoverabile nella gloriosa schiera dei dischi sopracitati, quelli che vengono considerati pilastri e punti di riferimento, ma non è neppure un disco così reietto e mal considerato da essere finito nel buio umido di un dimenticatoio. È innanzitutto un disco rock; un disco oscuro e arrabbiato, che a tratti sa muoversi con passo felino, e ammaliare, e che a più riprese si ferma, poi riparte con un passo incerto e sbilenco. È anche ammantato, mi pare, da un certo velo di malinconia, ed ha, ovviamente, la prerogativa costante che abbiamo preso in esame, fino ad ora: contiene storie, qui più astratte, che si muovono sulle tangenziali comode e allusive di metafore ben costruite, qui più esplicite, più violente e figurative. È il disco di una band che, probabilmente, il suo piccolo pezzo di storia l’ha fatto e se l’è guadagnato: i Marlene Kuntz.

1996: nel millenovecentonovantasei lo svedese Goran Kröpp raggiunge l’Everest, partendo dalla Svezia in bicicletta e senza l’ausilio di ossigeno, poi ci sono gli Europei in Inghilterra, Pacciani viene assolto, i Take That si sciolgono e la Fiorentina vince la Coppa Italia. Questo è l’uno-nove-nove-sei, come direbbe un altro grande protagonista di quella stagione (e delle successive); uno di quelli da affiliare alla schiera di “maniaci capelloni” che paiono usciti da un fumetto di Pazienza, o dai racconti pulp e gore di “Woobinda”, o della Gioventù Cannibale. Godano, Tesio, Bergia, Solo: quattro giovani provenienti da Cuneo, scapellatissimi e con l’attitudine e la faccia da schiaffi di chi gioca a fare il bel tenebroso, che solo due anni prima avevano firmato sotto l’effige Marlene Kuntz uno dei dischi più dirompenti del rock italiano della sua generazione e, col senno di poi, di tutti i tempi. Catartica si presenta così, in abito elegante e con il portamento di chi il rrrruock, quello rumoroso e con i chitarroni droppati, lo fa da una vita; gli MK stupiscono e stregano tutti con una formula che a molti ricorda i Sonic Youth, e già all’epoca i paragoni in merito si sprecano. Il fardello è pesante, ma Godano e soci hanno le spalle larghe, larghissime, e una scrittura affilata, piena di intuizioni ammalianti, immagini magnetiche e descrizioni chirurgiche. I Nostri hanno il vento così in poppa e sono così convincenti, con le loro pose dinoccolate e distinte al tempo stesso, e con l’asticella del feedback sempre oltre il massimo consentito dalla legge, che ammaliano anche Ferretti, che li accoglie subito nella grande tribù del Consorzio Suonatori Indipendenti, con il beneplacito di Gianni Maroccolo, che produce il loro esordio. Il re Catartica ha quindi bisogno di un erede, e il principe arriva due anni dopo, proprio in quell’uno-nove-nove-sei. Ma il principe è sordido, storto, acido, con un carnet di storie urbane ed eteree visioni, e risponde al nome de Il Vile.

«3 di 3, la mischia, gaia di vipere»: Il Vile inizia così, con l’incedere sbilenco e sensuale di una processione pagana, con le pulsioni perverse di un threesome. Non male, come inizio. 3 di 3, infatti, oltre ad essere uno dei pezzi più significativi di tutta la produzione dei MK, è un ottimo sunto di tutto il lirismo caustico contenuto nel disco. Storie comuni, ma che hanno un velo spettrale, grottesco e sovrannaturale nel modo in cui vengono raccontate; e in questo Godano è un abile prestigiatore: si muove tra le parole e le suggestioni con destrezza, osa là dove sa di poter osare, e cela talvolta la mano dietro metafore ardite ma efficaci. Perché descrivere una scopata in un pezzo sembrerà un gioco da ragazzi, ma provate voi a trovare una roba come «gaia di vipere». E poi, il lamento sordo di Ape Regina, una dominatrice (mentale, più che sessuale) che divora i suoi schiavi; il senso di frustrazione sessuale che si perpetua tra i solchi del disco in Cenere («io che son bimbo / io non intendo / ma piange il mio cuore, sai perché? / non ti so scopare»), con il suo mozzo malandrino, donna Piera la cameriera che «tuba con la vagina»; il cambio di passo de L’Agguato, che con spirito neorealista fotografa l’attimo di un terribile CRASH automobilistico, mentre fuori «l’atmosfera è ok, tutto è bello», e una corsa disperata che s’infrange e si spappola come un moscerino sul cruscotto.

E poi ancora il trip allucinatorio di Overflash, piccola cronaca di due amici al termine di un viaggio con sostanze poco salutari (celebre il «Voglio una figa blu», gridato a fine ritornello) o una delle poche isole di quiete e malinconia all’interno del disco, il singolo Come Stavamo Ieri. Il domani arriva sulle note conclusive della title-track, vero e proprio pezzo d’arte che svetta su tutto il resto del disco. «Onorate il Vile», ci intimano gli MK, e il mio cervello riconduce l’ipotetica figura del Vile alla foto di Andreotti che bacia un capomafia. Non so perché, non me lo so ancora spiegare. Capitan Godano congeda: «vorrei colpire al cuore, e conquistare il tuo stupore / ma è così dura credi, e penso che non lo so fare».

Magari adesso, a vent’anni di distanza, potresti chiedere a quei quattro ex-ragazzi, ora eleganti uomini alle soglie della mezz’età, che cosa fosse Il Vile, che cosa rappresentasse, e ricevere risposte pacate e modeste, anche se dietro a quel disco c’è una tempesta. Ma i MK vogliono assolutamente tornare ad essere quei ragazzi, e hanno annunciato da poco una serie di date che toccheranno la penisola da gennaio prossimo, in cui ovviamente riproporranno il disco per intero. Una formula consueta oggigiorno tra i gruppi che hanno più di due lustri sul groppone, e con un pizzico di godaniana malizia ci verrebbe da dire che anche i Nostri lo fanno più per convenzione che per altro. Io però ci credo il giusto, e non vedo l’ora di farmi stendere da quella sequenza di suggestioni ipnotiche e immagini vivide, come la prima volta che ascoltai, e onorai, Il Vile.

2 dicembre 2016
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