• Nov
    01
    2010

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Sony Music Entertainment

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Spesso nel rock alla maturità segue una fase di recupero e rielaborazione del repertorio che talvolta assume la forma di sbrigliato superamento di (o deviazione da) esso. Quando accade, lo fa con la disinvoltura di chi si è liberato dalla zavorra del dimostrare, del fare a fette la cresta dell'onda che nel frattempo, ahilei, si è consumata. Ascoltando l'ottavo lavoro dei Marlene Kuntz, parrebbe proprio il loro caso. Del resto, il precedente Uno somigliava parecchio all'album della pienezza espressiva, non certo l'apice della carriera però in qualche modo l'approdo al termine di un lungo percorso. Da cui segue la possibilità di affrancarsi da esso, la conquista di una rinnovata libertà d'azione. Un disimpegno che significa impegnarsi nuovamente, in modo nuovo.

Difatti, Ricoveri virtuali e sexy solitudini sembra il futto di uno spasmo rock che se da una parte rivanga l'estro sonico delle prime cose, d'altra parte – soprattutto – si concede all'immediatezza della canzone, alla sua facoltà di graffi e carezze, urla e languori, ammiccamenti e strappi. Mai la calligrafia della band di Cuneo è apparsa così diretta e concisa: se l'abito sonoro si disimpegna elaborato ma al contempo funzionale (produce Howie B), i testi colgono l'occasione per togliersi un bel po' di sassolini – più o meno "poetici" – dalle scarpe, senza con ciò venir meno alla consueta intensità "letteraria" che nulla lascia al caso. Anzi: il disco è una specie di concept sulla crisi innescata dal prevalere dei codici della società iperconnessa, virtualizzata, webbizzata. Di cui un aspetto importante – quello che, per tutta una serie di motivi, ha fatto più rumore – è il rapporto tra individuo e musica, dissestato da pratiche di download compulsivi e social network pervadenti (vedi la ghignante opening track Ricovero virtuale).

Non è questa la sede per approfondire lo sdegno apocalittico delle liriche, però è giusto sottolineare quanto il loro entrare a piedi uniti sulla questione ringalluzzisca il verbo kuntziano, fornendogli un'aggressività di cui da tempo s'erano perse le tracce. Ed è tuttavia anche l'aspetto più interessante della proposta, che nel complesso non va oltre una competenza ben lubrificata, un sia pur turgido, ruvido e a tratti intrigante mestiere. La bieca pulsazione trip-hop di Io e me, le ingannevoli sinuosità di Oasi, il tiro power di Orizzonti, l'amarezza rappresa in forma di ballad de L'artista, la nostalgia post-glam di Paolo anima salva sono i momenti più convincenti della scaletta, tutto sommato abbastanza ispirata al netto di qualche comprensibile inciampo (l'omelia raffazzonata di Vivo e l'adrenalina un po' gratis di Pornorima).

Doppiati i venti anni di carriera – anche se esordirono con Catartica solo nel '94 – e dopo aver segnato un'intera generazione di indie band nostrane, i Marlene Kuntz sembrano aver accantonato il piglio furibondo e sperimentale assieme alle ambizioni da mainstream (vagamente alternativo) per accettare lo status di buona rock band, non più in grado di sostenere il fuoco della prima linea ma ancora capace di incursioni dirimenti in territorio "nemico".

27 Novembre 2010
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