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6.8

Registrato tra Berlino, Parigi, Melbourne e l’Italia, Inverno è una dichiarazione di intenti fin dal titolo: che siano la voce eterea di Marta Collica o questi dodici brani musicalmente così alteri e a loro modo circolari a parlare, la pronuncia è sempre di quelle crepuscolari e notturne, intime e raccolte. In realtà l’anima filigranata si rintraccia anche in una produzione artistica – responsabilità della stessa Collica e di Cam Butler – essenziale, fatta di chitarre elettriche, qualche synth e poco più, e portata a compimento grazie a collaboratori come John Parish, Hugo Race, Giovanni Ferrario e molti altri.

Un puzzle in bilico tra alt-rock (La fine dei segreti), evocativo trip-hop da monolocale (Will We Know More), ballate ventose ai confini del blues (la title track), minimalismi loureediani sballottati da una psichedelia giocattolo (In This Town), in cui i tasselli più intriganti si rivelano forse le parentesi cantate in italiano. È in questi brani, infatti, che Marta Collica si libera un po’ di quell’armatura rassicurante che il mestiere e l’inglese le hanno cucito addosso nei molti anni di carriera (anche a nome Sepiatone), per rischiare qualcosina in più con una metrica da amministrare in modo diverso. Brani come Vero come te o il folk sui generis di Dov’è che finisce regalano escursioni piacevoli fuori da una comfort zone come al solito elegantissima e fascinosa (si prenda, ad esempio, l’iniziale e bellissima Clandestine o una Outside For A Walk che piacerebbe anche a Tori Amos) ma un po’ monocromatica (del resto, nel disco si parla di “inverno”), e a cui forse manca in qualche frangente qualche pennellata di colore in più.

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