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7.4

Arriva al quarto lavoro, in uscita per l’etichetta libanese Morphine, Marta de Pascalis, talentuosa esponente contemporanea di quella tradizione di sperimentatori elettronici italiani che parte da Teresa Rampazzi, Maurizio Bianchi, (il primissimo) Battiato e il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, attraversa la library-music e arriva fino a HDADD e Machweo. Già sul radar degli ascoltatori più attenti, la compositrice elettronica originaria di Roma (ma di base a Berlino) è autrice di un sound in cui digitale e analogico si fondono con estrema naturalezza: dopo un percorso avviato nel 2014 e sviluppatosi in due uscite, che profumavano rispettivamente di Cile e Africa, e una terza spartita con il duo inglese Howlround, Marta arriva a quello che si può considerare l’esordio ufficiale sulla lunga distanza. E un primo approccio alla forma canzone, almeno nel minutaggio: soltanto le due torrenziali parti della title track infatti si aggirano intorno ai dieci minuti.

Composto da otto tracce, Sonus Ruinae non ha gli sfumati riferimenti geografici dei suoi predecessori, ma suona piuttosto come un viaggio nel tempo, una disinteressata testimonianza che attraversa secoli e millenni. Il suono della civiltà che cresce, si evolve e poi crolla e muore: questo sembrano almeno disegnare i synth delle due lunghe sezioni della traccia che dà il titolo all’intero lavoro, poste non casualmente quasi alle estremità del disco. La prima parte è più frizzante e calda, si snoda eccitata tra synth spumosi e reiterazioni psichedeliche, mentre la seconda è un vortice oscuro, angosciante e senza possibilità di fuga. Tra questi due limiti si snoda un percorso in cui tranquillità e inquietudine si alternano e si rincorrono, finanche si fondono, in un magma sonico sempre mutevole e avvolgente: se Arena Void immagina immensi spazi abbandonati, simulacri oramai cadenti, ma ancora in qualche modo memori della loro precedente grandezza, Dust Pavillion alza sugli stessi sferzanti tempeste di sintetizzatori e nastri magnetici.

La conclusione, affidata alla quiete siderale di The Echoing Shore, suggerisce già dal titolo una sensazione di ineluttabilità della memoria: sono sì rovine quelle cui Marta de Pascalis ci ha messo di fronte, ma in esse si conserva ancora il ricordo contagioso di una passata, ma ancora percettibile, grandeur.

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