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Il talentuoso Martin McDonagh, commediografo, sceneggiatore e regista britannico ma dalle forti origini irlandesi, torna nelle sale con quello che è il suo film più ambizioso, in cui l’eclettismo della sua scrittura trova un perno strutturale solido e mai scalfibile da questa o quella sequenza. Se la bilanciata ironia di In Bruges era sconfinata nel grottesco e nella satira più dissacrante (7 psicopatici), qui è il collante essenziale per i personaggi che compongono la vicenda, a conti fatti un’analisi approfondita di certi atteggiamenti e credenze che dominano le lande desolate di uno stato così particolare e ancora ancestrale come il Missouri. Gli elementi che hanno contraddistinto il cinema di McDonagh (il comportamento umano, spesso sfuggente e meschino, un senso unico per lo spettacolo) trovano in Tre manifesti a Ebbing, Missouri la chiave di volta per dipanarsi allo sguardo – ora commosso, ora inorridito – dello spettatore. Ed è proprio la perfetta sincronia tra comico e tragico a fare della pellicola un esempio per quanti in futuro vorranno imboccare lo stesso fragile e precario cammino.

A Ebbing, Missouri – come da titolo – Mildred Hayes decide di affittare tre giganteschi manifesti pubblicitari situati al confine della cittadina per apporvi dei sarcastici messaggi rivolti alla polizia locale, colpevole di non aver dedicato la giusta attenzione al caso dell’omicidio della figlia, Angela Hayes, stuprata e uccisa sette mesi prima. La donna dovrà vedersela con lo sceriffo Bill Willoughby, il suo vice, il villano e razzista Jason Dixon, e con l’opinione pubblica, tutta dalla parte delle forze dell’ordine. Solo grazie al suo carattere duro Mildred riuscirà a confrontarsi con i suoi avversari, cercando di abbatterli uno a uno al fine di riottenere un po’ di giustizia per le sorti della figlia, non senza aver imparato qualcosa lungo il tragitto.

A dispetto dei generi sapientemente missati, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è, in definitiva, un western (e aggiungiamo che, insieme a Il Grinta dei fratelli Coen, è forse il miglior western degli ultimi dieci anni). D’altra parte gli elementi primari ci sono tutti: un eroe solitario e scorbutico (la vigorosa Frances McDormand, che come un moderno John Wayne cammina per le strade a testa alta e con sguardo minaccioso), forze di polizia inadeguate e per questo co-responsabili della sete di giustizia privata (Woody Harrelson, ma soprattutto Sam Rockwell sono strabilianti), e una cittadina che si trasforma da sé in un vero e proprio personaggio silenzioso. La violenza scorre a fiotti ma la precisione chirurgica con cui è centellinata dimostra la padronanza dell’autore, che si concede tutto il tempo necessario per approfondire ognuno dei personaggi che appaiono in scena: si pensi anche a quelli secondari come James (Peter Dinklage) o Anne (Abbie Cornish), la moglie dello sceriffo, ognuno ha il suo momento, posizionato adeguatamente all’interno della narrazione e di cui non ci si dimentica.

L’equilibrio emotivo interno è così ferreo che potremmo benissimo realizzare una recensione per la commedia Tre manifesti a Ebbing e una per il dramma Tre manifesti a Ebbing e avrebbero entrambe ragion d’esistere. Se lo spettacolo nei due film precedenti del regista si registrava (nella sua totalità) sul lato prettamente visivo, qui diventa più soffuso, quasi spirituale. È uno spettacolo dell’anima, in cui lo spettatore non può che rimanervi invischiato. Due figure così lontane, ma speculari come quelle di Mildred e Dixon saranno costrette a trovare dentro di sé quella molla volta a produrre lo scatto necessario verso la comprensione reciproca e la maturazione necessaria per affrontare la brutalità dell’esistenza quotidiana. Come si diceva all’inizio di questa riflessione, il film è anche un’evidente denuncia di certi usi e costumi adottati in larga parte degli Stati Uniti, dove alcuni territori (o interi stati) fanno finta che le leggi sui diritti civili non siano mai state approvate e dove la polizia è praticamente intoccabile nei suoi arroccamenti modellati su presunzione e sopraffazione del più debole, ovviamente diffondendo a macchia d’olio tali esempi a tutta la popolazione limitrofa.

McDonagh sceglie l’arma che più conosce, ovvero la parola, e l’abbina magnificamente alle immagini in movimento: che si tratti di una macchina indirizzata verso un viaggio ignoto o di tre manifesti immobili sul lato della strada, il suo è un cinema spirituale e terreno insieme, capace di raccontarci la realtà attraverso una bellissima ma crudele fantasia.

12 Gennaio 2018
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