• Giu
    01
    2009

Album

Morr Music

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Il terzo capitolo da sola dell’ex Contriva e Mina è in realtà un lavoro praticamente su commissione: la Casa della Cultura di Berlino le ha chiesto infatti, nell’ambito di una manifestazione chiamata New York-Berlin, di adattare il canzoniere degli illustri conterranei Kurt Weill e Frederick Loewe, al fine di verificarne l’attualità nel pop odierno; in particolare, la produzione del periodo americano dei due berlinesi.

Il disco reca come sottotitolo Loewe and Weill in Exile, perché esiliati i due lo furono: volontariamente Loewe, enfant prodige in cerca di fortuna trovata poi con Brigadoon, Gigi e altre partiture tra Broadway e Hollywood; forzatamente invece Weill, inviso al nazismo non solo perché collaboratore del comunista Brecht ma per aver osato una mescolanza di jazz e classica intollerabile per la "cultura" del regime (la cui stampa tuonava cose del tipo "cosa ha da imparare dalla musica dei negri una tradizione nazionale che ha espresso Beethoven, Wagner, eccetera?").

Per Weill però la traversata dell’oceano segnò anche una svolta stilistica, con l’abbandono della sua caratteristica marzialità teutonica a vantaggio dell’enfasi sentimentale del musical americano, come se anche i liberi USA lo costringessero a rinunciare a qualcosa di sé.

Anche Masha, al fine di cucire una veste "indie pop" (parole sue) intorno a tanta scrittura, rinuncia all’autarchia della carriera solista e si affida per la prima volta ad un gruppo vero e proprio col quale elaborare i brani e registrarli poi live in studio.

Il risultato è un altro tradimento, felice: tenendo la barra dritta su arrangiamenti efficacemente minimali, asciutti anche quando i ritmi accelerano, fatti di dettagli eleganti dove risultano espressivi anche elementi semplici e consueti, la nostra rimuove il sovrappiù enfatico americano dalle canzoni (Saga Of Jenny su tutte, che qui sembra più un Hazelwood modernizzato che Weill) arrivando a farle sembrare davvero una raccolta di semplici (benché pregiatissimi) brani indie pop, nella fattispecie quello nato da certo Gainsbourg anni ’60 e dagli altri autori che scrivevano per Brigitte Bardot – in pratica il beat visto dalla Francia, adeguatamente fermentato negli ultimi due decenni.

La stranezza di una tedesca che risulta francese suonando il repertorio americano di altri due tedeschi passa in secondo piano davanti alla grazia disinvolta dell’iniziale I Talk To The Trees, al pathos di I’m A Stranger Here Myself, teso ma senza tanta scena, alla capacità di mettere mano alle ennesime Speak Low e September Song facendole suonare fresche, al modo in cui spoglia Wandering Star di gigionismi trasformandola in Sonic Youth / Neu senza frastuono.

L’attualità di Weill è stata saggiata spesso in ambito rock (dalle Alabama Song dei Doors e di Bowie e soprattutto dal Lost In The Stars (1985) coordinato da Hal Wilner in poi), per Loewe l’operazione è nuova e i brani attuali possono esserlo ancora, a patto, come detto, di saperli tradire.

27 Dicembre 2009
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