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Meridiano Zero

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Difficile parlare di una visione personale, di un trip mentale basato alla lontana su un’idea di biografia di Sun Ra mescolata con i faraoni e Hildegard Von Bingen. È come quando – mutatis mutandis – i giornalisti chiedevano a Kubrick cosa volessero dire i viaggi di 2001: odissea nello spazio. Il regista non rispondeva, lasciava libera interpretazione sulle immagini, senza condizionare lo spettatore. E anche qui, nel nuovo libro di Massimo Padalino, giornalista musicale italiano per numerose testate come Blow Up, Rockerilla e Il Manifesto e già autore di biografie su Vinicio Capossela e libri sui testi dei Beatles, si sente questa voglia di aggiungere dati, scappatoie, vie di fuga dalla classica presentazione dei fatti sul jazzman americano, che con la sua Arkestra per molti è stato un innovatore e per altri un ciarlatano della storia dell’idioma musicale americano per eccellenza: il jazz.

Come mood stilistico siamo dalle parti degli anni ’70 di Bertoncelli (ricordate il sottotitolo di Pop story su Arcana? Suite per consumismo pazzia e contraddizioni), quando ancora sui libri si poteva “osare”, a costo di incomprensioni, ma si percepiva un divertimento che veniva trasmesso dai primi critici rock italiani al lettore, che negli anni dopo il movimento, era avido di conoscenza controculturale. Oggi che il massimalismo spopola e il postmoderno è ormai antichità, la richiesta a un libro di critica musicale può essere anche quella di uscire dagli schemi. Almeno questa sembra essere la direzione perseguita da Padalino, che nella già citata traduzione dei testi dei Beatles si era allineato a una forma più che mai rodata e che qui invece parte su un binario tutto suo.

Space Is The Place è il difficile e impossibile tentativo di percorrere una storia della musica pensata su altri mondi, il cosmico che influenza il terreno e che può essere collegato sì con il jazz, ma anche con il krautrock, con le visioni di Karlheinz Stockhausen e con centinaia di artisti affini a questo stato mentale di ordinaria follia (nella conclusiva discografia vengono citati più di cinquecento dischi). Ma non c’è solo la musica: citando da pagine scelte a caso escono i nomi di Edward Bulwer-Lytton, Freud, Einstein, Shakespeare, Guerre Stellari, il serpente Uroboro, Ludovico Ariosto, etc.

Il libro quindi è un’esplorazione della mente dell’autore, più che di quella del musicista. Il giudizio non può che essere di parte, buono se siete in sintonia con gli amori di Padalino, meno positivo se volete leggere una classica “storia di genere musicale” lineare che parta da un inizio e arrivi a una fine ben precisi. Il risultato è notevole per la mole (più di 600 pagine) e per lo sforzo di tenere alta la tensione, passando ad esempio dalla musica, al cinema, al misticismo, alla fantascienza nel giro di qualche riga. Sicuramente avvincente, ma non per tutti i palati, per lo meno poco indicato per chi odia la scrittura “punk” o “free jazz”. Per gli altri potrebbe essere un lungo e divertente trip, magari da leggere ascoltando qualche buon disco, lasciando andare per un lungo momento l’immaginazione su “cuscini surrealisti”.

5 marzo 2016
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Massimo Padalino

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