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L’aura dei Massimo Volume necessitava di una doppia serata celebrativa, un weekend tributo organizzato da uno dei locali storici della loro Bologna, e dunque l’asfissiante Covo di un aprile già troppo sudato. E così è stato. Il venerdì ha visto compiere quel tanto lieve incrociarsi tra i mai così lisergici Bachi da Pietra e i padri fondatori Massimo Volume: un intrecciarsi mai così gradito, degna conclusione di un tour condiviso a dir poco entusiasmante e di uno split delizioso tra scambi di cover e inediti che è già classico. Il sabato vede invecei fan come illustri protagonisti, Mimì Clementi e compagnia declamante a fare da jukebox: un modo per ripercorrere i “giochi d’ombra e gli altari di luce viva” dei Nostri.

La consueta passeggiata tra la folla cui sono – grazie a Dio – costrette le band al Covo, introduce l’ipnotico giro di basso di Atto Definitivo, storia di stenti e precarietà, la voce di Clementi trema sommersa dalla marzialità carveriana del cantato. Una partenza quasi delicata, volutamente intimista, ben testimoniata dal racconto di puttane e tradimenti di Senza un posto dove dormire; uno scandire lento ed efficace come fosse una condanna a morte, una feroce litania che ben riassume la poetica dei Massimo Volume: l’ineluttabilità delle nostre esistenze, la voce ancora incatenata di Clementi che deve fare ancora i conti con cose di cui ha una conoscenza solo vaga, “la solitudine ad esempio”. Il rinnovato manifesto di questi anni Dieci, Le nostre ore contate, restituisce i versi definitivi, “io non ti cerco non ti aspetto ma non ti dimentico”, quasi a voler ristagnare nelle cattive abitudini cui ci hanno costretto: l’impossibilità delle parole si sciolgono nel primo sorriso della band, finalmente pronti a farsi celebrare.

Egle Sommacal – sempre perfettamente assistito dall’allievo Stefano Pilia – dà vita all’urlo scheletrico di Meglio di uno specchio, nessuna pausa, pochi respiri e Il primo dio sconvolge e si riflette nel grido sold out del Covo, una frustata, quasi un obbligo a urlare nella pioggia. La recente – e già inno – Litio vede realmente Clementi declamare come fosse un De Niro allucinato (ma molto più violento), Pilia si contorce sui ritmi di Vittoria Burattini, la precisione fatta donna, Sommacal sostiene il tutto travestendosi da rumorista. Coney Island è un respiro iniziale nella sua aria così trasognata, deflagrante e incestuosa – vedi l’intreccio di chitarre – nella sua coda improvvisa e infinita, il suono fatto circolarità, un fantasma prende finalmente forma dai ricami chitarristici, Clementi regala sguardi come macigni alle prime file. Dall’innocuo Club Privè viene scelta solo la sontuosa e criptica Seychelles ’81, la distonia travolge ed è come essere in una chiesa colorata eppure alcolica, le poche luci intasano le menti.

Poi succede l’imprevisto, viene sbattuta in faccia al pubblico una commovente Fuoco Fatuo, nelle prime file un uomo – senza capelli solo basette – s’appoggia al muro e piange, una ragazza lo consola, “è questo che siamo?”. Mimì Clementi lo chiama presentandolo come, “Leo, il protagonista delle mie storie”. Leo sale sul palco e ringrazia tutti, dice che i Massimo Volume sono macchina vitale e necessaria, cita Karol Wojtyla parlando di scopate, tutti ridono. Il protagonista di quasi tutte le storie della serata ha un volto, manca solo Rigoni e il suo inveire contro il mondo.

L’acustica Stagioni incanta così delicata e rasserenata laddove Ororo è purezza primordiale, perfetta conclusione, qualcosa di simile alla caduta degli Dei: c’è chi salta, chi si commuove, chi si rannicchia, nessuno si guarda indietro. I live dei Massimo Volume stanno diventando qualcosa di necessario, visti i tempi apatici, qualcosa di irrinunciabile, perché a differenza di tutte le altre band italiane restituisce solo poesia ed essenzialità, poche cose di cui tutti i presenti sembravano aver bisogno.

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